Oblomov: l’inettitudine pigra di fronte alle sfide della vita
Oblomov è un uomo mosso da grande bontà e fantasia, sembra però essere afflitto da una malattia che lo rende incapace di realizzare i suoi sogni
Pubblicato nel 1859, Oblomov di Ivan Aleksandrovič Gončarov è uno dei grandi romanzi dell’Ottocento russo, capace di parlare ancora ai lettori di oggi. Al centro della storia c’è un eroe “al contrario”: un nobile gentile, intelligente, capace di sognare in grande, ma quasi incapace di alzarsi dal divano e agire. Intorno a lui ruotano amici iperattivi, funzionari indaffarati, arrampicatori sociali, donne appassionate e servitori fedeli. Il romanzo alterna scene comiche e malinconiche, dialoghi vivacissimi e pagine contemplative, come la descrizione di un paesaggio rurale talmente perfetto da sembrare un sogno. Leggere Oblomov significa entrare nel cuore della società russa pre‑rivoluzionaria, ma anche confrontarsi con domande molto attuali: cosa ci blocca quando sappiamo cosa dovremmo fare? È meglio una vita piena ma frenetica, o una calma che rischia di diventare paralisi?
Trama del romanzo
Il romanzo si apre nella stanza disordinata di Oblomov, a Pietroburgo. È un gentiluomo di poco più di trent’anni che trascorre quasi tutte le giornate sul letto o sul divano, avvolto in un ampio camicione orientale. L’appartamento, inizialmente elegante, rivela presto polvere, briciole, ragnatele: un arredamento che racconta meglio di qualunque discorso la sua inerzia e la sua rinuncia pratica alla vita. Perfino il suo servitore, Zakhar, ha assorbito la stessa pigrizia e trascuratezza del padrone. Quel mattino, però, Oblomov è stranamente agitato: ha ricevuto una lettera dallo starosta (l’amministratore della sua tenuta di campagna) che annuncia difficoltà economiche e richiede decisioni urgenti sulla gestione dei campi. La notizia risveglia in lui ansia e senso del dovere, ma subito si scontra con la sua abulia: pensa, sospira, si preoccupa, ma non fa nulla di concreto. È il primo ritratto completo di quella che nel romanzo verrà chiamata “oblomovščina”: una malattia dell’anima fatta di buone intenzioni e continua procrastinazione.
Una sfilata di visitatori mette poi a confronto lo stile di vita di Oblomov con quello di altri personaggi. Arriva prima Volkov, giovane dandy elegante, eccitato per le feste del primo maggio a Ekaterinhov, tra ricevimenti, balli, storie d’amore lampo. Incarnazione della vita mondana, parla solo di soprabiti, guanti perfetti, salotti, titoli nobiliari: una esistenza frenetica e superficiale. Oblomov lo ascolta dal divano, a metà tra il disprezzo e una vaga invidia: sente il fascino di una vita attiva, ma la giudica un enorme spreco di tempo ed energie. Poco dopo giunge Sudbinski, funzionario serio e sovraccarico di lavoro: rappresenta il polo opposto rispetto a Volkov. La sua vita è fatta di uffici, pratiche, promozioni, responsabilità, ma anche di stanchezza e rassegnazione. Così, nel giro di poche pagine, il lettore vede tre modelli a confronto: il mondano, il burocrate e l’inerte contemplativo Oblomov.
Nel capitolo successivo fanno visita a Oblomov altri due personaggi: Tarantiev, uomo grosso, rumoroso, pratico fino alla rozzezza, e Alexeiev, più discreto e osservatore. Tarantiev rimprovera duramente il protagonista perché è ancora a letto, ne critica il menù, la gestione della casa, perfino la qualità del vino; propone soluzioni energiche: traslocare, riorganizzare, cambiare amministratore. Oblomov, però, rifiuta ogni proposta, aggrappandosi alla propria immobilità come a un’ultima sicurezza. Quando legge ad alta voce la famosa lettera dello starosta, chiede un consiglio ma subito si lascia intimidire dal tono autoritario di Tarantiev, che liquida l’amministratore come un truffatore senza offrire però un vero progetto alternativo. In queste scene si delinea un contrasto tra azione brutale e non-azione: chi si agita molto, come Tarantiev, non è per forza più saggio di chi sogna soltanto.
Rimasto finalmente solo, Oblomov si abbandona a un lungo sogno ad occhi aperti sulla sua tenuta di campagna. Immagina una casa ristrutturata con nuove ali, scuderie, giardini, stanze per gli ospiti, orangerie e voliere. Poi la fantasia si scalda: si vede sulla terrazza ombrosa con la pipa, circondato da contadini sereni, bambini che giocano, una moglie adorata che governa la casa come una divinità domestica, l’amico Štolz ospite fisso, Zakhar promosso a maggiore-domo. Questo idillio rivela il cuore buono e affettuoso di Oblomov: il suo problema non è mancanza di desideri, ma incapacità di tradurli in realtà. Il brusco ritorno ai rumori cittadini e ai doveri (tasse, riforma della tenuta, scelta di un nuovo starosta, decisione sul proprio appartamento) lo riporta alla solita formula: “più tardi”, “non ora”. Proprio mentre si arrovella senza decidersi, entra in scena un medico, che interrompe il flusso dei suoi pensieri e aggiunge un nuovo sguardo esterno sulla sua vita.
In un altro capitolo, il narratore si allontana temporaneamente dai personaggi per descrivere un paesaggio rurale ideale: colline dolci, un ruscello, un boschetto di betulle, stagioni regolari, niente catastrofi né mostri naturali. Il mare e le grandi montagne, che opprimono lo spirito con la loro grandezza, sono banditi; al loro posto c’è un mondo in miniatura rassicurante, dove il contadino vive tranquillo, certo che primavera, estate e inverno seguiranno un ritmo prevedibile e benevolo. Questa pagina idilliaca funziona come sfondo simbolico della nostalgica fantasia di Oblomov: la ricerca di un rifugio senza scosse, in cui si possa vivere e morire dolcemente, quasi addormentandosi. Più avanti nel romanzo (in un capitolo successivo) incontreremo di nuovo Zakhar, ormai mendicante nel quartiere di Veaborg, riconosciuto e aiutato dal vecchio amico Štolz. La sua rovina, raccontata tra lacrime, vino e ricordi del passato, mostrerà cosa succede quando una vita intera resta aggrappata a padroni indolenti e a un ordine sociale che sta crollando. E il nome di Oblomov, pronunciato ancora una volta, ricondurrà il lettore al vero centro del romanzo: la storia di un uomo buono che non riesce a trasformare il sogno in azione.
Personaggi di Oblomov
I personaggi di Oblomov sono costruiti come specchi che riflettono, esaltano o contraddicono il protagonista. Ognuno di loro rappresenta un modo diverso di reagire alla vita moderna: c’è chi corre tutto il giorno tra feste e impegni, chi lavora senza sosta negli uffici statali, chi urla e impartisce ordini, chi osserva in silenzio. Attraverso questi incontri, Gončarov mette in scena una vera “galleria” dell’Ottocento russo, dalla nobiltà pigra alla burocrazia, dal ceto medio in ascesa fino ai contadini e ai mendicanti. Per chi studia letteratura, è interessante notare come ogni figura abbia anche un valore simbolico: Volkov non è solo un giovane elegante, ma la maschera del mondanismo; Sudbinski non è solo un funzionario, ma l’immagine di una vita consumata dal lavoro; Zakhar non è soltanto un servo buffo, ma il volto umano di un sistema sociale ormai al tramonto. Conoscere questi personaggi aiuta a capire meglio il significato profondo dell’“oblomovismo”.
- Ilya Ilyitch Oblomov: nobile di circa trent’anni, di indole dolce, sensibile e malinconica, ma schiacciato da una pigrizia cronica. Ama il comfort del proprio letto, il camicione orientale, il tepore domestico; odia le complicazioni, gli affari, le decisioni nette. È capace di grandi sogni (sulla tenuta di campagna, sulla famiglia ideale, sull’amicizia perfetta), ma non riesce quasi mai a trasformarli in progetti concreti: rimanda, sospira, si scoraggia in anticipo. Simbolicamente incarna la “oblomovščina”, cioè quella malattia dell’anima che unisce bontà, immaginazione e totale incapacità di agire. In lui Gončarov critica una parte della nobiltà russa, educata al comfort e alla dipendenza dai servi, incapace di adattarsi a un mondo che richiede iniziativa, responsabilità e cambiamento.
- Zakhar: servitore di lunga data di Oblomov, lo segue ovunque e ne condivide abitudini e difetti. È trasandato, un po’ brontolone, incline a bere, ma profondamente legato al padrone, che difende e critica allo stesso tempo. Nel suo lavoro è svogliato e confusionario: dimentica di pulire, lascia piatti e briciole in giro, rimanda le faccende come il suo signore. Col passare degli anni, e soprattutto in seguito al declino del mondo nobiliare, la sua vita scivola nella miseria: lo ritroviamo mendicante nel quartiere di Veaborg, sporco, affamato, ma ancora pieno di ricordi affettuosi per “il caro Ilyič”. Simbolicamente Zakhar rappresenta la fedeltà dei vecchi servi, ma anche il destino tragico di chi dipende totalmente dai padroni e dall’ordine sociale tradizionale: quando questo crolla, lui non sa più come sopravvivere.
- Volkov: giovane elegante, curato, sempre in movimento, appartiene al mondo dei salotti, delle carrozze, dei balli. Si entusiasma per i soprabiti alla moda, per le promozioni degli amici, per le feste del primo maggio a Ekaterinhov. Cambia infatuazioni amorose con leggerezza, fa i nomi delle famiglie più in vista, mostra biglietti da visita di principi e grandi dame. Non si ferma mai a riflettere davvero sul senso di ciò che fa: la sua giornata è un susseguirsi di impegni mondani. Volkov incarna la vita esteriore senza profondità: quella che appare piena, ma rischia di essere vuota dentro. In opposizione a Oblomov, che pensa troppo e agisce poco, Volkov è chi agisce sempre senza forse pensare abbastanza, simbolo di una modernità brillante ma superficiale.
- Sudbinski: funzionario serio, dalla barba nera e dall’aria pensosa, è il rappresentante della burocrazia russa. La sua vita è scandita dalle ore d’ufficio, dai fascicoli, dalle promozioni e dalle responsabilità crescenti. Non frequenta molti salotti, non ha tempo per grandi sogni: è spesso stanco, un po’ oppresso dagli impegni, ma tende ad accettare il proprio destino con rassegnazione. Rispetto a Volkov e a Oblomov, offre una terza via: né mondano superficiale, né pigro sognatore, ma uomo del dovere che sacrifica tempo e vita privata alla carriera. Simbolicamente rappresenta il lato grigio ma solido dello Stato, e mette in luce un altro rischio opposto all’inerzia: quello di essere divorati dal lavoro fino a perdere spontaneità e gioia.
- Mikhei Andreievitch Tarantiev: uomo alto, grossolano nei modi, chiassoso, sembra l’esatto contrario del delicato Oblomov. Conosce bene questioni pratiche, leggi, trucchi della vita quotidiana, e parla senza sosta distribuendo rimproveri e consigli non richiesti. Appena entra in casa di Oblomov, critica il disordine, la cucina, il vino, l’appartamento polveroso, e propone subito soluzioni radicali: traslocare in Veaborg, cambiare amministrazione, riorganizzare tutto con energia. Tuttavia, dietro la sua maschera di uomo pratico, non sempre si nasconde una reale efficienza: molte delle sue idee restano parole. Tarantiev è il simbolo dell’attivismo vuoto e interessato, di chi sembra pieno di iniziativa ma in realtà utilizza la propria “praticità” per controllare gli altri, approfittarsi delle loro debolezze e imporre la propria volontà.
- Ivan Alexiev (Alexeitch): amico di Tarantiev, figura più quieta e sfumata. Si presenta come un uomo composto, che apre il suo tabacco, ascolta, interviene poco, si lascia coinvolgere nei discorsi solo fino a un certo punto. Con Tarantiev scambia malintesi sui presunti parenti, prestiti, piccole questioni di denaro, ma mantiene sempre un’aria distaccata, come se osservasse gli altri da una leggera distanza ironica. Il suo ruolo nella trama è minore, ma simbolicamente rappresenta la massa di osservatori passivi: persone che non condividono l’eccesso di Oblomov né l’irruenza di Tarantiev, ma nemmeno riescono a opporsi o a cambiare davvero le cose. Sono lo sfondo anonimo della società, che assiste e commenta senza intervenire.
- Andrej Štolz: anche se nelle sintesi sopra compare soprattutto nel ricordo e nell’episodio di Veaborg, Štolz è l’amico di infanzia e il grande “opposto” di Oblomov in tutto il romanzo. Figlio di un tedesco pratico e di una russa sensibile, unisce efficienza occidentale e calore slavo. Lavora, viaggia, organizza, aiuta gli altri a trovare lavoro e direzione nella vita. Con Zakhar mendicante dimostra compassione concreta: gli offre un rifugio, un incarico, la possibilità di ricominciare. Simbolicamente Štolz incarna l’uomo moderno attivo, capace di trasformare il pensiero in azione senza perdere del tutto l’umanità. È la prova vivente che esiste un’alternativa all’inerzia oblomoviana e alla corsa vuota di Volkov: una vita piena, responsabile, costruita passo dopo passo.
Temi Principali
Oblomov non è solo la storia di un uomo pigro: è un grande “laboratorio” di idee sull’esistenza umana. Gončarov usa il suo protagonista e i personaggi che gli ruotano attorno per interrogarsi sul rapporto tra sogno e azione, tra comodità e responsabilità, tra vecchio mondo aristocratico e nuove forme di vita sociale. Molti temi del romanzo sono sorprendentemente vicini alle esperienze degli studenti di oggi: la tendenza a rimandare i compiti, la paura di sbagliare quando si deve prendere una decisione importante, il fascino di una vita piena di cose da fare ma forse vuota di significato. L’autore non offre risposte semplici, ma mostra le conseguenze di ogni scelta. Nella lista seguente trovi alcuni dei temi più importanti, spiegati con un linguaggio adatto alla scuola ma fedele alla complessità del testo.
- Oblomovismo (inerzia esistenziale): è il cuore del romanzo. L’“oblomovismo” indica non solo la pigrizia fisica, ma una vera malattia dell’anima: il bisogno di tenere tutto sotto controllo evitando qualsiasi rischio, la tendenza a rifugiarsi nei sogni per paura del contatto con la realtà, l’abitudine a dire “più tardi” finché è troppo tardi. Oblomov non è stupido né cattivo; anzi, è sensibile e affettuoso. Proprio per questo il suo fallimento fa ancora più male: mostra come si possa sprecare una vita pur avendo qualità e possibilità. Gončarov critica, attraverso di lui, un’intera classe sociale incapace di agire, ma allo stesso tempo ci invita a chiederci quanto oblomovismo ci sia in ognuno di noi, quando rimandiamo, ci auto-sabotiamo o lasciamo che la paura blocchi i nostri passi.
- Azione contro contemplazione: molti personaggi sono costruiti a coppie contrastanti. Volkov corre da una festa all’altra; Sudbinski lavora senza tregua; Tarantiev urla e propone cambiamenti radicali; Štolz organizza, viaggia, costruisce. Oblomov, invece, contempla: osserva, pensa, sogna, ma si muove poco. Il romanzo non si limita a dire che l’azione è sempre meglio della riflessione: mostra anche il lato vuoto del correre senza senso (Volkov) e il pericolo del lavoro che divora tutto (Sudbinski). Tuttavia, rende chiaro che una contemplazione senza sbocco pratico porta alla paralisi. Il vero equilibrio sembra rappresentato da Štolz: riflette, ma poi decide; valuta, ma non rimanda all’infinito. Il tema ci invita a trovare una misura tra pensiero e azione, tra interiorità e impegno concreto.
- Declino della nobiltà e trasformazioni sociali: sullo sfondo della vicenda personale di Oblomov si muove una Russia che sta cambiando. L’economia agraria tradizionale vacilla, il sistema dei servi è in crisi, emergono nuovi ceti urbani e professioni moderne. La lettera dello starosta che annuncia problemi alla tenuta, la miseria finale di Zakhar mendicante, la vita stancante di Sudbinski in ufficio sono tasselli di un grande mosaico storico. Gončarov mostra una nobiltà parassitaria che non sa più gestire le proprie terre né trovare un ruolo nel nuovo mondo, e dei servi che, senza quella struttura, restano senza appoggi. Il romanzo è quindi anche una riflessione sul passaggio da un ordine sociale basato sui privilegi ereditari a uno basato (almeno in teoria) su lavoro, carriera e competenze.
- Sogno, fuga e idealizzazione della campagna: i lunghi sogni di Oblomov sulla sua tenuta, e il capitolo dedicato al paesaggio idilliaco, mettono in scena il bisogno umano di rifugiarsi in un luogo perfetto dove nulla faccia paura. La campagna diventa il simbolo di una pace senza conflitti, di un mondo in cui le stagioni seguono un ritmo dolce, i contadini sono sereni, la famiglia è unita, l’amico fedele è sempre presente. Ma questa immagine è pericolosamente idealizzata: non considera i problemi reali (economici, sociali, personali) che ogni vita comporta. Gončarov non demonizza il sogno — anzi, lo descrive con grande poesia — ma mostra che, se usato solo per fuggire dalla realtà, si trasforma in prigione. Il tema interroga anche noi: quando i nostri sogni ci ispirano e quando, invece, ci bloccano?
Perché leggere Oblomov oggi?
Leggere Oblomov oggi significa confrontarsi con un personaggio che, pur vivendo nell’Ottocento russo, ci assomiglia molto: conosce i suoi doveri, ha desideri e progetti, ma spesso rimanda finché le occasioni sfumano. Il romanzo aiuta a riconoscere i meccanismi della procrastinazione e della paura di agire, mostrando in modo ironico e commovente dove possono portare. Allo stesso tempo offre uno sguardo vivido sulla società russa, sui cambiamenti storici, sui diversi stili di vita possibili. Per uno studente è un testo formativo: invita a riflettere su che tipo di adulto si vuole diventare, su come trovare un equilibrio tra sogno e responsabilità, tra comodità e impegno nel mondo reale.
Il presente articolo è stato redatto con l’ausilio di sistemi di intelligenza artificiale e con una successiva verifica e valutazione umana.