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Peer Gynt: il viaggio mancato tra sogno egoista e vera identità

Peer parte dalle foreste nordiche e attraversa parti del mondo per evitare le responsabilità, ritrovare sè stesso: capirà che è solo l'Amore a contare

Elena Di Mauro

Elena Di Mauro

DOCENTE D'ITALIANO

Elbana, laureata con lode in Filologia Moderna a Firenze (2018), ho lavorato e viaggiato tra Nepal, Nuova Zelanda, Australia e Asia, maturando inglese, spagnolo e il desiderio di insegnare. Oggi sono docente di ruolo all’Elba: credo nella scuola come seme di libertà e cambiamento.

Immagina un protagonista che passa la vita a fuggire: dalle responsabilità, dall’amore, perfino da se stesso. Questo è Peer Gynt, il personaggio creato dal drammaturgo norvegese Henrik Ibsen, uno dei padri del teatro moderno. L’opera, scritta come “poema drammatico”, unisce fiaba nordica, avventura, satira e viaggio interiore. Si parte da una piccola fattoria tra i monti e si arriva fino ai deserti africani, tra troll, spiriti, mercanti senza scrupoli e improvvise apparizioni del soprannaturale. Ma al centro, sempre, c’è una domanda: chi sono davvero? Cosa resta di me se tolgo le bugie, le vanterie, le paure? Peer Gynt è un testo sorprendente, ricco di scene vivaci e spesso ironiche, che però ci costringe a guardarci dentro e a riflettere sulle nostre scelte.

Trama del poema drammatico

All’inizio del poema drammatico incontriamo Peer Gynt su una collina vicino alla fattoria di famiglia, insieme alla madre Åse. La giornata è luminosa, ma il clima emotivo è teso: Åse è furiosa perché Peer è tornato a casa raccontando l’ennesima storia esagerata. Lui narra una caccia eroica a un gigantesco cervo sul lago Gjende, descrivendo creste vertiginose, corna che lo imprigionano, venti furiosi e gabbiani urlanti. La madre lo interrompe, lo accusa di mentire, di essere un fannullone e di sprecare il poco che resta del patrimonio familiare, un tempo rispettato e ora quasi svanito. Peer reagisce con arroganza e leggerezza, trasformando tutto in spettacolo. In questa prima scena Ibsen mette già in chiaro il conflitto centrale: la fantasia smisurata di Peer contro la dura realtà economica e sociale che opprime Åse.

Poco dopo, il villaggio festeggia un matrimonio. Peer, che sogna di essere un eroe e un grande uomo, non è invitato: la sua fama di bugiardo e irresponsabile lo precede. Con la sua solita impulsività, però, rovina la festa e rapisce la sposa, Ingrid, più per capriccio e bisogno di mettersi in mostra che per vero amore. Dopo poco si stanca anche di lei e la abbandona sulle montagne. Tra boschi e dirupi incontra la dolce Solveig, una ragazza pura che vede in lui qualcosa di buono e decide di raggiungerlo, ma Peer nel frattempo finisce nel regno dei troll. Qui il Re dei Troll gli propone di diventare uno di loro, a patto di rinunciare alla sua identità umana e di vivere secondo il motto troll: “Basta a se stesso”. Peer quasi accetta, affascinato dall’idea di poter vivere senza regole e senza rimorsi, ma alla fine sfugge anche da lì, segnato però da questa filosofia egoistica che continuerà a seguirlo.

Peer si ritira allora in una capanna nel bosco, dove arriva Solveig, pronta a condividere la vita con lui con pazienza e devozione. Ma quando sul loro rifugio sembra scendere finalmente la pace, passato e colpe ritornano a bussare. Compare la figura inquietante della Donna Verde, creatura legata al mondo dei troll, che sostiene di aver avuto un figlio da Peer. Travolto dalla paura delle conseguenze e incapace di assumersi responsabilità, Peer fugge ancora una volta, promettendo un ritorno che non avviene. Solveig rimane ad aspettarlo, trasformando la sua attesa in una fede quasi sacra. Da questo momento il poema si apre a un lungo viaggio: Peer diventa mercante, avventuriero, speculatore. Lo ritroviamo anni dopo in paesi lontani, arricchito e sempre più convinto che il vero dio sia il denaro e che l’unica fede sensata sia in se stesso.

In una delle scene più significative, Peer si trova tra uomini d’affari e avventurieri come Monsieur Ballon, V. Eberkopf, Mr. Cotton e Trumpeterstråle. Ricevono notizie di guerra in Grecia: tutti si infiammano, parlano di onore, gloria, libertà dei popoli, ma ben presto emerge il vero interesse, cioè profitto e speculazione. Si discute di armi da vendere, terre da conquistare, affari da concludere. Peer, che ama apparire coraggioso con le parole, rifiuta però di rischiare la pelle: offrirà armi e navi, ma non combatterà di persona. Si autoproclama “Sir Peter Gynt” e dichiara di credere solo nel denaro e in se stesso. Quando alcuni compagni, in particolare Eberkopf, tentano un colpo di mano per usare la nave a proprio vantaggio, Peer li lascia fare. Poco dopo, sulla spiaggia deserta al chiaro di luna, assiste sconvolto alla distruzione della nave in un’esplosione: i compagni muoiono, lui si salva quasi per caso. È terrorizzato, invoca Dio, il padre, perfino il proprio nome, sentendosi insieme colpevole e misteriosamente protetto.

Gli anni passano e Peer continua a vagare per il mondo, passando da un’identità all’altra: commerciante, “imperatore” in Africa, profeta improvvisato. Ogni volta recita un ruolo diverso, sempre alla ricerca del suo vantaggio personale, sempre guidato dal principio troll del “basta a se stesso”. Quando invecchia e la fortuna lo abbandona, è costretto però a fare i conti con ciò che è stato davvero. Tornato in Norvegia, incontra strani personaggi simbolici: l’Arrotino di bottoni, figura misteriosa che fonde le anime inutili per riutilizzarle, gli dice che Peer rischia di non avere un vero “sé” e quindi di essere fuso come metallo di scarto; il Folle di pazzia divina, che rappresenta una purezza estrema; il Decisore dei destini che lo mette faccia a faccia con le sue colpe e omissioni. Peer si rende conto di non aver mai scelto in profondità, di aver sempre evitato gli impegni più seri, dall’amore alla responsabilità familiare.

Proprio quando sembra non esserci più salvezza, Peer ritrova la capanna del bosco di tanti anni prima. Lì vive ancora Solveig, ormai invecchiata, che non ha mai smesso di aspettarlo. Stupito, Peer le chiede dove sia stato lui, in tutti questi anni, chi sia veramente. La risposta di Solveig è una delle più famose dell’opera: tu sei vissuto sempre nel mio cuore, nella mia fede in te. In questo abbraccio finale, Ibsen suggerisce che ciò che salva Peer non sono le sue imprese grandiose o il denaro accumulato, ma l’amore fedele e la capacità di essere visto, nonostante tutto, come qualcuno che può ancora essere perdonato. Il poema si chiude così su un equilibrio delicato tra condanna e possibilità di redenzione, lasciando al lettore il compito di giudicare il protagonista e di interrogarsi su quanto Peer somigli a ciascuno di noi.

Personaggi di Peer Gynt

I personaggi di Peer Gynt sono insieme figure realistiche e simboli. Ibsen costruisce un grande viaggio teatrale dove ogni incontro rappresenta una tappa della crescita mancata del protagonista. Alcuni personaggi, come la madre Åse e Solveig, sono legati al mondo degli affetti e della casa, cioè a tutto ciò da cui Peer fugge. Altri, come i troll, la Donna Verde o l’Arrotino di bottoni, appartengono al piano fantastico e allegorico: mostrano i pericoli dell’egoismo, della menzogna, dell’assenza di un vero centro interiore. Anche i compagni d’affari stranieri che circondano Peer nelle sue avventure internazionali non sono solo comparse: incarnano il cinismo del capitalismo nascente e il culto del guadagno. Conoscere questi personaggi aiuta a leggere il poema come una grande mappa delle possibilità umane: amore, avidità, sogno, responsabilità, fuga.

  • Peer Gynt è il protagonista assoluto, presente dall’inizio alla fine dell’opera. Giovane, forte e pieno di fantasia, si distingue subito per la sua capacità di raccontare storie grandiose e menzognere. Peer sogna sempre di essere qualcosa di “più”: eroe di montagna, avventuriero, uomo ricco e rispettato. Tuttavia, dietro le sue vanterie, si nasconde una grande paura: quella di impegnarsi davvero, di accettare legami, limiti, responsabilità. Per questo scappa dalla madre che lo rimprovera, dalla sposa Ingrid, da Solveig che lo ama, dal figlio presunto con la Donna Verde, dalla guerra, dal pericolo. Simbolicamente, Peer rappresenta l’individuo moderno che vuole “essere se stesso” ma confonde questa ricerca con il puro egoismo, finendo per svuotarsi. Il suo viaggio è la parabola di una libertà usata male, senza radici e senza vero coraggio interiore.
  • Åse è la madre di Peer, vedova, povera, nervosa, ma profondamente affezionata al figlio. Nel primo atto la vediamo litigare con lui in modo acceso: urla, lo insulta, ricorda gli antichi splendori della famiglia e la miseria presente. Eppure, dietro la rabbia, c’è un amore materno ferito, pieno di paura per il futuro. Åse incarna la voce della realtà concreta: lei pensa alle finanze, alla fama nel villaggio, alla vergogna che le bugie di Peer le procurano. Simbolicamente è la figura della coscienza terrestre, della casa, dei doveri quotidiani. La sua piccolezza fisica, descritta da Ibsen, contrasta con la forza emotiva. Il rapporto con Peer è fatto di urla ma anche di momenti teneri, e ci mostra come le scelte del protagonista non ricadano solo su di lui, ma pesino su chi lo ama.
  • Solveig è la giovane che decide di seguire Peer nella capanna di montagna e che, dopo la sua fuga, lo aspetterà per tutta la vita. È uno dei personaggi più luminosi del poema. Silenziosa, paziente, lontana dalle chiacchiere del villaggio, Solveig vede in Peer non il bugiardo o il fannullone, ma un uomo che potrebbe cambiare. Il suo amore non è cieco: è una scelta di fedeltà, quasi una vocazione. Simbolicamente, Solveig rappresenta la grazia, il perdono, la possibilità di una identità stabile fondata sull’amore, non sull’egoismo. Quando alla fine dice a Peer che lui è vissuto nel suo cuore, offre una risposta alternativa alla domanda “chi sono io?”: non solo ciò che faccio o sbaglio, ma anche ciò che significo per chi mi ama. È per questo che molti lettori vedono in Solveig la vera “eroina” morale dell’opera.
  • Il Re dei Troll e la Donna Verde appartengono al mondo fantastico delle leggende nordiche che Ibsen inserisce nel poema. Il Re dei Troll offre a Peer un regno dove tutti vivono secondo il principio “basta a se stesso”, senza morale né responsabilità. La Donna Verde, sua figlia in alcune versioni, seduce Peer e gli attribuisce un figlio, trascinandolo in un legame ambiguo con il mondo troll. Insieme, queste figure rappresentano la tentazione di un’esistenza totalmente egoistica, dove l’identità è plasmata solo dai desideri momentanei. Il loro regno è affascinante perché sembra liberare Peer dai rimproveri degli umani, ma in realtà lo avvicina al nulla: chi vive solo per sé, secondo Ibsen, perde progressivamente un vero centro. Il marchio troll infatti continuerà a inseguirlo nelle avventure successive.
  • Monsieur Ballon, V. Eberkopf, Mr. Cotton e Trumpeterstråle sono i compagni d’affari e di viaggio che circondano Peer nelle sue imprese all’estero. Apparentemente sono uomini raffinati, colti, patriottici: parlano di guerra in Grecia, libertà, grandezza storica. Ma basta poco per rivelare la loro vera natura: cercano profitti, terre, speculazioni. In questo senso sono lo specchio “internazionale” di Peer: anche loro indossano maschere eroiche per coprire interessi molto materiali. V. Eberkopf, che guida il tentativo di impadronirsi della nave, mostra fino a che punto l’avidità può spingersi. Simbolicamente, questo gruppo rappresenta la nascita di un mondo dominato dal denaro e dagli affari, dove persino la guerra diventa occasione di guadagno. La morte di questi personaggi nell’esplosione della nave fa risaltare, per contrasto, la strana sopravvivenza di Peer, che dovrà poi interrogarsi sul senso di questa “protezione”.
  • L’Arrotino di bottoni è una delle figure più enigmatiche e potenti dell’opera. Appare a Peer nella vecchiaia come un personaggio quasi metafisico, incaricato di fondere le anime che non hanno un vero “nucleo” personale, per riutilizzarle come materiale. Non è né un diavolo né un angelo, ma una specie di funzionario dell’ordine cosmico. A suo giudizio, Peer rischia di finire nel crogiolo perché ha vissuto senza mai diventare davvero “se stesso”: ha cambiato ruolo, idea, maschera, ma senza assumere responsabilità durature. Simbolicamente, l’Arrotino rappresenta la domanda finale sull’identità: che cosa resta di noi, se togliamo tutte le parti recitate? La sua presenza introduce nel poema un forte elemento filosofico: l’idea che esista un tribunale ultimo non tanto sulle azioni esteriori, quanto sulla consistenza interiore di ciascuno.

Temi Principali

Peer Gynt non è solo un’avventura ricca di scene spettacolari: è soprattutto una riflessione profonda su cosa significhi “diventare se stessi” in un mondo pieno di tentazioni, ruoli sociali, fughe possibili. Ibsen costruisce una specie di “educazione alla rovescia”: il protagonista non cresce davvero, ma proprio il suo fallimento ci aiuta a capire quali scelte sarebbero state necessarie. I temi che attraversano il poema toccano questioni molto attuali: il conflitto tra fantasia e realtà, la seduzione dell’egoismo, il potere del denaro e dell’apparenza, il valore di un amore fedele che resiste al tempo. Leggere questi temi con attenzione permette a studenti e studentesse di riconoscere nel mondo di Peer elementi presenti anche nella nostra società: l’ansia di successo, la paura di legarsi, il rischio di perdersi dietro mille identità superficiali.

  • Fantasia contro realtà è il primo grande tema che emerge nel confronto tra Peer e la madre Åse. Peer si costruisce continuamente un mondo di racconti eroici, avventure impossibili, identità grandiose. La realtà, invece, è fatta di povertà, lavoro, reputazione nel villaggio, responsabilità familiari. Ibsen non condanna la fantasia in sé: il teatro stesso vive di immaginazione. Ma mostra come, se la fantasia diventa fuga permanente dalla realtà, distrugge le relazioni e impedisce di crescere. Le storie di Peer, così brillanti, non portano cibo in tavola né pagano i debiti. Per i lettori giovani questo tema invita a trovare un equilibrio: sognare è necessario, ma bisogna anche saper tornare coi piedi per terra, trasformando i sogni in progetti concreti.
  • Egoismo e identità sono al centro del motto troll “basta a se stesso”, che affascina Peer ma lo conduce verso il vuoto. Nel corso del poema, il protagonista rifiuta quasi sempre di impegnarsi in qualcosa che non porti vantaggio immediato a lui: evita il matrimonio, lascia il possibile figlio, non combatte in guerra, sfrutta affari e persone. Crede di essere “se stesso” proprio perché segue solo i propri desideri, ma l’Arrotino di bottoni, alla fine, svela l’inganno: chi vive solo per sé rischia di non diventare nessuno, di non avere un centro stabile. Ibsen critica così un’idea superficiale di individualismo. L’identità vera, suggerisce, si costruisce anche attraverso vincoli, promesse, responsabilità: l’io non è una bolla isolata, ma qualcosa che si definisce nel rapporto con gli altri.
  • Denaro, successo e ipocrisia emergono con forza nelle scene con Monsieur Ballon, Eberkopf, Mr. Cotton e gli altri affaristi. Parlano di libertà dei popoli e di eroismo, ma dietro le belle parole si nascondono interessi economici. Peer stesso proclama di credere solo nel denaro e in sé, mostrando un cinismo che anticipa molte dinamiche del mondo contemporaneo, dove guerre e crisi possono diventare occasioni di profitto per qualcuno. Il poema smaschera così l’ipocrisia di un certo discorso pubblico che mescola grandi ideali e affari privati. Per chi studia oggi, queste pagine sono un invito a interrogarsi su ciò che muove davvero le azioni politiche ed economiche, a diffidare delle frasi altisonanti se non sono accompagnate da comportamenti coerenti.
  • Amore, attesa e redenzione costituiscono il polo opposto al mondo dell’egoismo. La figura di Solveig, che attende Peer per tutta la vita, sembra inizialmente “passiva”, ma in realtà esprime una forza interiore impressionante. Il suo amore non cambia al cambiare dei ruoli di Peer, non dipende dal suo successo né dalle sue cadute. È un amore che guarda a ciò che l’altro potrebbe essere, non solo a ciò che è stato. Nel finale, è proprio questo sguardo che offre a Peer una possibilità di salvezza: se qualcuno mi ha custodito nel cuore, forse non sono del tutto perduto. Ibsen non idealizza ingenuamente l’attesa, ma mostra il potere trasformante di un affetto fedele. Il tema pone domande difficili: fino a che punto perdonare? Può l’amore salvare chi non ha saputo amare?

Perché leggere Peer Gynt oggi?

Peer Gynt parla con forza ai lettori di oggi perché mette in scena un protagonista che cambia maschera in continuazione, proprio come molti di noi tra social, scuola, famiglia, amici. Il poema ci interroga: dietro tutte queste immagini, che cosa resta di autentico? Ibsen unisce avventura, elementi fantastici, viaggi esotici e momenti comici a domande filosofiche profonde, rendendo la lettura coinvolgente anche per chi si avvicina per la prima volta al teatro. Studiare Peer Gynt a scuola significa riflettere su responsabilità, scelte, rispetto per chi ci ama, ma anche sul valore dei sogni e della creatività. È un testo che aiuta a capire meglio se stessi e il mondo degli adulti che ci circonda.

Il presente articolo è stato redatto con l’ausilio di sistemi di intelligenza artificiale e con una successiva verifica e valutazione umana.