Salta al contenuto

1948: la nascita dello Stato di Israele

Le radici del conflitto in Terra Sacra affondano nel secolo scorso, alimentate da promesse contraddittorie, interessi coloniali e aspirazioni nazionali

Marco Netri

Marco Netri

GIORNALISTA E IMPRENDITORE

Ho iniziato a scrivere da giovanissimo e ne ho fatto il mio lavoro. Dopo la laurea in Scienze Politiche e il Master in Giornalismo conseguiti alla Luiss, ho associato la passione per la scrittura a quello per lo studio dedicandomi per anni al lavoro di ricercatore. Oggi sono imprenditore di me stesso.

Nel 1948 si consuma un passaggio cruciale della storia contemporanea: la nascita dello Stato di Israele e, in parallelo, l’inizio della Nakba, ovvero l’esodo forzato di centinaia di migliaia di palestinesi. Quell’anno non segna solo un punto di svolta per la geografia politica del Medio Oriente, ma anche l’avvio di una frattura storica e identitaria che ancora oggi fatica a rimarginarsi.

Le radici del conflitto tra israeliani e palestinesi affondano in un secolo di tensioni, promesse contraddittorie, interessi coloniali e aspirazioni nazionali. Ma è proprio nel 1948 che le due storie, israeliana e palestinese, prendono strade opposte e drammaticamente divergenti. Da una parte, l’affermazione di un sogno sionista; dall’altra, l’inizio di una lunga diaspora che si trasmetterà di generazione in generazione.

Ripercorriamo le tappe che portarono alla proclamazione dello Stato di Israele, le cause e le dinamiche dell’esodo palestinese e le conseguenze che da allora condizionano ogni prospettiva di pace.

Il contesto storico: dal mandato britannico alla risoluzione ONU

Alla fine della Prima guerra mondiale, la Palestina era passata sotto il controllo britannico in seguito alla dissoluzione dell’Impero ottomano. Il mandato britannico sulla Palestina, ufficializzato dalla Società delle Nazioni nel 1922, si inseriva in un contesto già complesso, dove promesse fatte agli arabi durante la guerra coesistevano con la Dichiarazione Balfour del 1917, che sosteneva la creazione di un “focolare nazionale ebraico” in Palestina.

Nel corso degli anni Venti e Trenta, l’immigrazione ebraica aumentò considerevolmente, alimentata dalle persecuzioni in Europa. Questo suscitò crescenti tensioni con la popolazione araba palestinese, che vedeva nella presenza crescente degli ebrei una minaccia alla propria identità e al proprio futuro politico. Gli scontri si fecero sempre più frequenti, culminando nella rivolta araba del 1936-39 e in una crescente radicalizzazione da entrambe le parti.

Dopo la Seconda guerra mondiale e l’orrore dell’Olocausto, il sostegno internazionale al sionismo aumentò. Nel 1947, l’ONU approvò la risoluzione 181, che prevedeva la partizione della Palestina in due Stati indipendenti, uno arabo e uno ebraico, con Gerusalemme sotto amministrazione internazionale. La leadership ebraica accettò il piano; quella araba lo respinse, considerandolo ingiusto e inapplicabile.

La proclamazione dello Stato di Israele

Il 14 maggio 1948, poche ore prima della scadenza del mandato britannico, David Ben Gurion proclamò la nascita dello Stato di Israele. L’atto avvenne a Tel Aviv, davanti a un gruppo ristretto di dirigenti sionisti, e sancì l’entrata in vigore di uno Stato ebraico sovrano. Per molti ebrei, questo momento rappresentava la realizzazione di un sogno lungo duemila anni.

Ma la proclamazione avvenne in un clima di guerra. I combattimenti tra milizie ebraiche e arabe erano già in corso da mesi, e il giorno successivo, il 15 maggio, cinque Paesi arabi (Egitto, Transgiordania, Siria, Libano e Iraq) dichiararono guerra a Israele. Iniziava così la prima guerra arabo-israeliana.

Israele riuscì a respingere l’attacco e a conquistare territori ben superiori a quelli previsti dal piano di partizione dell’ONU. Alla fine del conflitto, nel 1949, Israele controllava circa il 78% del territorio della Palestina mandataria. La Cisgiordania fu annessa dalla Transgiordania (che prenderà poi il nome di Giordania) e la Striscia di Gaza fu amministrata dall’Egitto.

L’esodo palestinese: le cause della Nakba

Con la guerra del 1948 ebbe inizio l’esodo di massa della popolazione palestinese. Circa 750.000 palestinesi furono costretti ad abbandonare le proprie case, villaggi e città. Un trauma profondo, vissuto come una catastrofe nazionale, che entrò nella memoria collettiva araba con il termine Nakba.

Le cause dell’esodo sono oggetto di dibattito storiografico, ma oggi appare chiaro che non si trattò di un fenomeno univoco. Diverse dinamiche contribuirono alla fuga dei palestinesi, tra cui:

  • le operazioni militari condotte dalle forze sioniste, che puntavano a garantire continuità territoriale tra le aree sotto controllo israeliano;
  • episodi di violenza che diffusero terrore tra la popolazione araba, come il massacro di Deir Yassin, in cui più di cento civili furono uccisi;
  • la paura generalizzata, alimentata da notizie di uccisioni e bombardamenti, che spinse molti a lasciare le proprie abitazioni anche senza un ordine diretto;
  • la distruzione sistematica di villaggi arabi per impedire un ritorno dei profughi, come documentato in numerosi casi successivi alla guerra;
  • l’assenza di una leadership palestinese capace di organizzare una resistenza efficace o di garantire la sicurezza dei civili.

Molti palestinesi pensavano che l’esilio sarebbe durato pochi giorni o settimane. Nessuno poteva immaginare che si sarebbe trasformato in un esilio permanente.

Profughi e rifugiati: una ferita aperta

Alla fine della guerra, Israele vietò il ritorno dei profughi palestinesi nei territori conquistati. Molti dei loro villaggi furono distrutti o riassegnati a nuovi insediamenti. I rifugiati si trovarono così in campi di accoglienza nei Paesi limitrofi — Giordania, Libano, Siria, Egitto — spesso in condizioni precarie e senza prospettive di integrazione.

Nel corso del tempo, si formò una diaspora palestinese che non ha mai smesso di rivendicare il diritto al ritorno. Oggi, i discendenti dei rifugiati del 1948 sono milioni. Il loro status giuridico, la memoria della perdita, e la marginalizzazione sociale in molti Paesi ospitanti, continuano a rappresentare uno degli ostacoli più complessi nei tentativi di risoluzione del conflitto.

Le agenzie internazionali hanno cercato di fornire assistenza, ma la questione dei rifugiati resta irrisolta, e ogni tentativo di negoziato deve necessariamente affrontarla.

Una ferita che ancora divide

Il 1948 è un anno spartiacque: l’inizio della realizzazione di un progetto nazionale per gli uni, la distruzione di una patria per gli altri. Il sogno sionista di uno Stato per il popolo ebraico si è concretizzato, ma al prezzo di una frattura storica che ha generato sofferenze profonde e durature per il popolo palestinese.

Ancora oggi, la memoria del 1948 divide le narrazioni: da una parte, l’indipendenza israeliana celebrata ogni anno come la “Giornata dell’Indipendenza”; dall’altra, la Nakba commemorata come un lutto nazionale da milioni di palestinesi.

Il conflitto tra israeliani e palestinesi continua a essere alimentato da questa doppia origine: due popoli, due memorie, due diritti spesso vissuti come inconciliabili. Comprendere la complessità di quel passaggio storico non significa scegliere una parte, ma riconoscere che la verità della sofferenza non è mai esclusiva. Raccontare il 1948 in tutta la sua drammaticità è un passo necessario per ogni sincero percorso di consapevolezza e, forse, di riconciliazione.