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Chi sono i gazawi?

Da un passato luminoso ed un presente oscura, passando per tutte le forme di adattamento e sopravvivenza, che hanno forgiato un’identità tanto fragile quanto tenace

Marco Netri

Marco Netri

GIORNALISTA E IMPRENDITORE

Ho iniziato a scrivere da giovanissimo e ne ho fatto il mio lavoro. Dopo la laurea in Scienze Politiche e il Master in Giornalismo conseguiti alla Luiss, ho associato la passione per la scrittura a quello per lo studio dedicandomi per anni al lavoro di ricercatore. Oggi sono imprenditore di me stesso.

Gaza è molto più di una striscia di terra martoriata dai conflitti. È anche un’identità collettiva, una storia stratificata e una comunità che continua a esistere e resistere, pur tra macerie e isolamento. Per capire chi sono davvero i gazawi, è necessario guardare oltre i confini imposti e le narrazioni frammentarie. Bisogna attraversare il tempo, da un passato vibrante alla stagnazione di oggi, passando per tutte le forme di adattamento e sopravvivenza che hanno forgiato un’identità tanto fragile quanto tenace.

Un’identità plasmata dalla geografia e dalla storia

Situata lungo il Mediterraneo, la Striscia di Gaza è sempre stata crocevia di popoli e imperi. Il nome stesso richiama un’antichità profonda: Gaza, o Ghazza, compare già nei testi egiziani e biblici. Nell’età classica, la città fu un centro commerciale vivace, punto di snodo sulla Via Maris tra l’Egitto e la Siria. Lungo i secoli, fenici, romani, bizantini, arabi e ottomani hanno lasciato tracce visibili e invisibili sul tessuto urbano e culturale della zona.

Questa stratificazione ha alimentato una cultura aperta e composita. Per secoli, Gaza è stata un mosaico sociale, dove convivevano famiglie arabe musulmane, cristiane e, in epoche più remote, anche ebraiche. La sua identità non era chiusa, ma porosa e dinamica, come spesso accade nei luoghi di passaggio e incontro.

L’epoca del Mandato e la ferita dell’esilio

Nel ‘900, la storia di Gaza comincia a cambiare radicalmente. Dopo la fine dell’Impero Ottomano, il territorio palestinese passa sotto il Mandato britannico. In questi anni, l’identità gazawi si confronta con le prime forme moderne di amministrazione coloniale, ma è soprattutto la catastrofe del 1948 – la Nakba – a segnare una frattura irreparabile.

Con la creazione dello Stato di Israele e la guerra che ne seguì, Gaza diventa rifugio forzato per oltre 200.000 palestinesi in fuga dai villaggi conquistati. La popolazione triplica in pochi mesi. Il tessuto urbano non regge l’impatto e sorgono rapidamente campi profughi che, col tempo, diventano agglomerati permanenti. Questa esperienza segna l’inizio della trasformazione dell’identità gazawi: da identità urbana e storica, legata alla città e alle sue famiglie, a identità dell’esilio e della marginalità.

Vita sotto occupazione: tra dipendenza e ingegno

Dopo il breve periodo di amministrazione egiziana, Gaza viene occupata da Israele nel 1967, in seguito alla Guerra dei Sei Giorni. Per quasi quarant’anni, la Striscia vive sotto controllo militare diretto. L’occupazione modifica radicalmente la vita quotidiana: restrizioni alla mobilità, dipendenza economica, demolizioni arbitrarie, arresti e punizioni collettive diventano parte integrante dell’esperienza gazawi.

Eppure, anche in questa fase, la popolazione cerca forme di autonomia e resistenza quotidiana. Le università, le associazioni civili, i sindacati e perfino i piccoli commerci resistono e reinventano l’agire collettivo. Si sviluppa una cultura dell’adattamento, in cui il senso di comunità viene rafforzato dalla condivisione della precarietà e da reti informali di mutuo aiuto.

Il blocco e l’asfissia politica

Il ritiro unilaterale israeliano del 2005 non porta libertà autodeterminazione. Dopo la vittoria elettorale di Hamas nel 2006 e lo scontro interno con Fatah, Gaza viene sottoposta a un blocco quasi totale da parte di Israele e, in parte, anche dall’Egitto. Questo isolamento viene giustificato come misura di sicurezza, ma di fatto trasforma Gaza in un’enclave assediata, dove entra solo una minima parte di ciò che serve alla sopravvivenza.

Il blocco produce effetti devastanti sulla struttura sociale. Oltre l’80% della popolazione dipende dagli aiuti umanitari. Le opportunità di lavoro, studio e sviluppo sono ridotte al minimo. Anche i giovani crescono in un clima di incertezza cronica, privi di accesso a esperienze esterne. Eppure, nonostante tutto, Gaza continua a produrre cultura, arte, riflessione. I gazawi restano ancorati a una dignità che rifiuta di cedere all’umiliazione.

Chi è oggi un gazawi?

Oggi essere gazawi significa appartenere a una collettività assediata ma non spenta. L’identità gazawi non è solo geografica, ma anche simbolica. Significa vivere in uno spazio chiuso ma non domato, in cui la quotidianità è fatta di code ai checkpoint, blackout elettrici, lezioni interrotte dalle sirene e ospedali senza strumenti.

Ma significa anche continuare a sposarsi, studiare, scrivere poesie, allevare figli. È un’identità che si declina attraverso le ferite dell’esilio e la memoria dei villaggi perduti, ma anche attraverso una determinazione quotidiana a esistere, a restare umani. Molti giovani gazawi non hanno mai lasciato la Striscia, ma conoscono il mondo attraverso internet, i racconti dei genitori, le immagini filtrate dai media. Vivono in uno spazio sospeso, dove la speranza è diventata una forma di resistenza.

Memoria, diaspora e futuro

L’identità gazawi si definisce anche nel rapporto con la diaspora. Milioni di palestinesi espulsi nel 1948 e nel 1967 vivono oggi tra il Libano, la Giordania, l’Egitto o in Europa. Per loro, Gaza è il simbolo estremo della resistenza palestinese, ma anche un nodo irrisolto della memoria collettiva.

Chi resta a Gaza mantiene viva questa memoria, nonostante la distruzione fisica di archivi, biblioteche e siti storici. Ogni bombardamento colpisce anche l’identità, ma non la cancella. Le famiglie continuano a trasmettere i nomi dei villaggi originari, le storie degli antenati, le ricette di casa. In questo senso, la cultura orale resta una delle risorse fondamentali per la sopravvivenza identitaria.

Conclusione: identità tra rovina e speranza

Conoscere chi sono i gazawi oggi significa abbandonare le letture semplificate. Non sono solo vittime né semplici pedine politiche. Sono persone con un passato, una memoria condivisa, una lingua, una cultura. La loro identità si è modificata nel tempo, passando da radici urbane a forme ibride di sopravvivenza tra campi profughi, muri e blackout.

Eppure, in questa frattura permanente, si conserva un nucleo di continuità: la volontà di esistere. Gaza non è solo teatro di tragedie, ma anche fucina di resilienza, creatività e orgoglio. Riconoscere la complessità dell’identità gazawi è il primo passo per restituire umanità a un popolo troppo spesso raccontato solo attraverso la cronaca del dolore.