Gaza ieri e oggi
La storia della Striscia non è solo un racconto di decadenza e distruzione, ma anche la testimonianza di una resistenza profonda, spesso taciuta, che attraversa le generazioni
Per secoli, Gaza è stata un crocevia di culture e commerci, affacciata su un Mediterraneo che ne ha modellato l’identità urbana, politica e sociale. Difficile immaginare oggi, osservando le rovine e i campi profughi, la vitalità che un tempo animava le sue strade. Difficile ricordare che Gaza fu città viva e colta, capace di coniugare religioni diverse, commerci fiorenti e centralità strategica. La storia della Striscia, tuttavia, non è solo un racconto di decadenza e distruzione, ma anche la testimonianza di una resistenza profonda, spesso taciuta, che attraversa le generazioni. Per comprendere ciò che Gaza rappresenta oggi, è indispensabile partire dal suo passato e riconoscere il peso delle trasformazioni storiche che l’hanno resa ciò che è: un luogo sospeso tra memoria, isolamento e una disperazione che non riesce a spegnere del tutto la speranza.
- Origini antiche e centralità culturale
- Colonialismo, guerre e disgregazione dell’ordine urbano
- L’isolamento politico ed economico dal 2007
- Un presente segnato dalla tragedia umanitaria
- Memoria cancellata e identità a rischio
- Gaza come lente sul Medio Oriente
- Oltre la disperazione: dignità, lotta e sopravvivenza
Origini antiche e centralità culturale
Gaza vanta una delle storie urbane più antiche della regione. Già insediamento filisteo oltre tremila anni fa, fu successivamente conquistata, attraversata e amministrata da egizi, persiani, romani, bizantini e arabi. Situata lungo la “Via Maris”, asse che collegava l’Egitto al Levante, Gaza fu un nodo fondamentale per gli scambi commerciali e culturali tra Africa e Asia. Il porto, oggi in parte scomparso, era animato da navi mercantili, artigiani e viaggiatori. Sotto il dominio islamico e durante il periodo ottomano, Gaza continuò a essere una città viva, con una composizione religiosa variegata in cui moschee, chiese e sinagoghe coesistevano nel tessuto urbano. Le testimonianze storiche parlano di scuole, mercati e luoghi di culto affollati, di una classe mercantile attiva e di una società complessa e articolata. Il paesaggio era segnato da oliveti, vigneti, laboratori artigiani e botteghe, e la vita cittadina rifletteva un equilibrio tra tradizione e apertura al mondo.
Colonialismo, guerre e disgregazione dell’ordine urbano
La fine del dominio ottomano e l’inizio del mandato britannico nel XX secolo segnano l’inizio di una lunga fase di instabilità. Dopo il 1948, Gaza fu posta sotto l’amministrazione egiziana e si trovò improvvisamente al centro della questione palestinese. Migliaia di rifugiati palestinesi, in fuga dai territori occupati, trovarono rifugio nella Striscia, modificandone in modo radicale la composizione sociale. I campi profughi, inizialmente temporanei, divennero col tempo insediamenti stabili, segnando una frattura nel paesaggio urbano. L’occupazione israeliana del 1967, a seguito della Guerra dei Sei Giorni, intensificò il controllo sulla Striscia, introducendo misure restrittive che limitarono la mobilità, le possibilità economiche e l’autonomia amministrativa. La presenza militare, la costruzione di colonie e i frequenti scontri con la popolazione civile minarono ulteriormente le strutture sociali. Gaza iniziò così un processo di trasformazione doloroso, che portò alla frammentazione della vita collettiva e all’impoverimento progressivo delle sue istituzioni.
L’isolamento politico ed economico dal 2007
Il punto di svolta nella storia recente di Gaza si colloca nel 2007, con l’ascesa al potere di Hamas e la rottura violenta con l’Autorità Nazionale Palestinese. Da allora, la Striscia è soggetta a un blocco serrato da parte di Israele, con il parziale coinvolgimento dell’Egitto. Le restrizioni imposte colpiscono ogni aspetto della vita: dalla circolazione delle persone e delle merci, fino all’accesso ai beni essenziali. Gaza è diventata una prigione a cielo aperto, dove oltre due milioni di persone vivono stipate in un territorio di appena 365 km². Più della metà della popolazione è composta da bambini, molti dei quali non hanno mai varcato i confini della Striscia. Il blocco ha colpito in profondità il sistema sanitario, l’economia, l’istruzione, le infrastrutture idriche ed elettriche. I tassi di disoccupazione sono tra i più alti al mondo e la dipendenza dagli aiuti umanitari è ormai strutturale. La società civile sopravvive in condizioni estreme, e la mancanza di prospettive sta compromettendo anche il capitale umano, alimentando frustrazione e senso di abbandono.

Un presente segnato dalla tragedia umanitaria
La crisi umanitaria si è aggravata drammaticamente con i bombardamenti che si susseguono ciclicamente, culminati nei recenti eventi tra il 2023 e il 2024. Le stime parlano di decine di migliaia di vittime, una distruzione capillare del tessuto urbano, e uno sfollamento di massa che ha coinvolto oltre il 90% della popolazione. Gli ospedali sono inadeguati, i rifugi sovraffollati, l’acqua potabile scarseggia e le malattie si diffondono senza controllo. Gaza si è trasformata in un luogo al limite del collasso, dove l’assistenza umanitaria è l’unica fonte di sopravvivenza per la maggioranza della popolazione. Tuttavia, in mezzo a questa desolazione, continuano a emergere forme di solidarietà, reti civili e iniziative di resistenza non violenta. Le scuole riaperte nei rifugi, i centri medici improvvisati, le famiglie che si ricostruiscono a pochi metri dalle macerie raccontano un’umanità che, pur colpita, non è sconfitta.
Memoria cancellata e identità a rischio
Oltre alla distruzione materiale, Gaza vive un processo di cancellazione della memoria. Gli attacchi non hanno risparmiato archivi, biblioteche, musei, siti archeologici. Le tracce della storia vengono spazzate via, come se l’obiettivo non fosse solo annientare il presente, ma anche rimuovere il passato. Questa erosione della memoria culturale ha un impatto devastante sull’identità collettiva. Privati dei loro riferimenti storici, i gazawi rischiano di vedere spezzata la trasmissione intergenerazionale del senso di appartenenza. Ricostruire Gaza, in futuro, non significherà solo riedificare case e strade, ma anche recuperare simboli, narrazioni, tradizioni che oggi sopravvivono solo nella voce dei testimoni.
Gaza come lente sul Medio Oriente
La vicenda di Gaza non è solo una questione locale. È una sintesi estrema delle tensioni che attraversano tutto il Medio Oriente: la lotta per l’autodeterminazione, la manipolazione geopolitica da parte delle potenze esterne, l’incapacità della comunità internazionale di garantire i diritti fondamentali nei contesti di guerra. Gaza è il volto visibile di un fallimento collettivo, ma anche un punto di osservazione privilegiato per comprendere la resilienza dei popoli, la forza delle comunità e la complessità dei conflitti a lungo termine. In un mondo sempre più segnato da polarizzazioni, Gaza rappresenta una domanda aperta sulla giustizia, sulla memoria e sulla possibilità stessa di futuro per intere generazioni.
Oltre la disperazione: dignità, lotta e sopravvivenza
Parlare di Gaza oggi significa riconoscere l’orrore, ma anche dare voce alla resistenza silenziosa di chi continua a vivere, educare, curare, aiutare. Significa ammettere che la retorica della guerra e del terrore non basta a spiegare la complessità della vita nella Striscia. Dentro quel territorio frammentato e ferito, si costruisce ogni giorno una narrazione alternativa, fatta di dignità, coraggio e desiderio di futuro. È in questa zona grigia, tra la cronaca e la memoria, che si gioca oggi una delle sfide più importanti del nostro tempo.