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Hamas, tra politica e militanza

Dai vicoli della Striscia di Gaza, agli attacchi del 7 ottobre 2023: la storia dell’entità più divisiva del Medioriente

Marco Netri

Marco Netri

GIORNALISTA E IMPRENDITORE

Ho iniziato a scrivere da giovanissimo e ne ho fatto il mio lavoro. Dopo la laurea in Scienze Politiche e il Master in Giornalismo conseguiti alla Luiss, ho associato la passione per la scrittura a quello per lo studio dedicandomi per anni al lavoro di ricercatore. Oggi sono imprenditore di me stesso.

Nata tra i vicoli della Striscia di Gaza, Hamas è oggi una delle realtà politiche e militari più discusse e divisive del panorama mediorientale. La sua traiettoria, lunga ormai quasi quattro decenni, ha intrecciato religione, lotta armata, gestione amministrativa e scontro ideologico, trasformandola in un attore centrale ma controverso nella questione palestinese. Dopo gli attacchi del 7 ottobre 2023, che hanno avuto un’eco globale per la loro violenza e portata, il dibattito intorno alla natura di Hamas si è fatto ancora più acceso, polarizzando ulteriormente la percezione internazionale tra chi la considera un’organizzazione terroristica e chi ne legge invece la funzione politica e identitaria nella resistenza palestinese.

Le origini islamiste nel contesto dell’Intifada

Hamas nasce ufficialmente nel 1987, durante la prima Intifada, come costola dei Fratelli Musulmani palestinesi. Non è quindi un prodotto diretto del conflitto israelo-palestinese, ma piuttosto l’espressione di un movimento islamista che da decenni operava con strutture caritatevoli e scolastiche nei territori occupati. La sua costituzione risponde al bisogno di canalizzare la rabbia popolare in una forma di resistenza organizzata, combinando la componente religiosa con un’agenda politica e militare. Fin da subito, Hamas si distingue per il suo rifiuto radicale degli Accordi di Oslo e per la negazione del diritto all’esistenza dello Stato di Israele.

Il braccio sociale e la strategia militare

Una delle chiavi per comprendere la popolarità di Hamas a Gaza, soprattutto negli anni Duemila, è la sua capacità di presentarsi non solo come gruppo armato, ma anche come organizzazione capace di offrire servizi. Ospedali, scuole, assistenza alimentare: Hamas ha costruito una rete di supporto sociale che ha riempito il vuoto lasciato dall’Autorità Palestinese e dalle istituzioni ufficiali. Al tempo stesso, il suo braccio militare, le Brigate Izz ad-Din al-Qassam, ha portato avanti una strategia fondata su attentati suicidi, lanci di razzi e operazioni paramilitari, attirando su di sé la condanna internazionale ma anche l’ammirazione di chi vede in essa una forma legittima di resistenza armata contro l’occupazione.

La conquista di Gaza e il governo in isolamento

Nel 2006 Hamas vince le elezioni legislative nei Territori Palestinesi, approfittando della crisi di consenso di Fatah. Ma la vittoria non viene riconosciuta pienamente a livello internazionale. Dopo una fase di tensioni interne, nel 2007 prende il controllo della Striscia di Gaza con un colpo di forza armato, allontanando l’Autorità Nazionale Palestinese e instaurando un governo de facto. Da quel momento, Gaza vive in una condizione di isolamento sempre più grave, stretta tra il blocco imposto da Israele e le chiusure egiziane. Hamas, pur gestendo le funzioni amministrative, non riesce a trasformarsi in una forza pienamente governativa: resta sospesa tra logica istituzionale e militanza, in un equilibrio precario che sfocia ciclicamente in conflitti armati.

Il 7 ottobre 2023: una frattura storica

L’attacco su larga scala lanciato da Hamas il 7 ottobre 2023 ha segnato una frattura. Per la sua ampiezza, brutalità e impatto mediatico, è stato percepito da buona parte della comunità internazionale come un punto di non ritorno. Le azioni militari hanno causato la morte di oltre 1.200 civili israeliani, con episodi che hanno richiamato alla mente scenari di violenza estrema. Da allora, Hamas è stata etichettata in modo ancora più netto come organizzazione terroristica non solo da Stati Uniti e Unione Europea, ma anche da Paesi precedentemente più neutrali. L’attacco ha dato inizio a una risposta militare israeliana di intensità senza precedenti, che ha devastato la Striscia, mietendo decine di migliaia di vittime palestinesi e generando una nuova crisi umanitaria.

Le contraddizioni interne e l’identità sfuggente

Nonostante il consenso ancora significativo che riceve in alcune aree della popolazione palestinese, Hamas oggi si muove in una condizione paradossale. Da un lato pretende di rappresentare la resistenza palestinese, dall’altro è sempre più isolata politicamente. La sua retorica religiosa, unita alla prassi militare, ha progressivamente oscurato le aspirazioni laiche e democratiche di ampie fasce della società palestinese. Allo stesso tempo, il suo ruolo come unico attore organizzato capace di opporsi militarmente a Israele le garantisce un’aura di legittimità in alcuni settori del mondo arabo e in parte dell’opinione pubblica internazionale.

Hamas oggi: tra rovina e sopravvivenza

A seguito della guerra scatenata dopo ottobre 2023, Hamas ha subito perdite strutturali e strategiche. Ma la sua sopravvivenza politica e simbolica non è affatto compromessa. Anzi, proprio il martirio di Gaza, il senso di abbandono vissuto da milioni di palestinesi, potrebbe continuare a offrire terreno fertile per la sua narrativa. In questo scenario, Hamas resta il prodotto più evidente del fallimento di una soluzione politica duratura. È il sintomo, non la causa, di un conflitto che dura da oltre settant’anni e che continua a non trovare sbocchi credibili.

Una realtà che divide ma non può essere ignorata

Considerare Hamas solo come una sigla terroristica rischia di appiattire un quadro complesso. Ma allo stesso modo, ignorarne la responsabilità diretta nelle tragedie più recenti significherebbe tradire la verità dei fatti. Hamas è, al tempo stesso, un movimento politico, un’entità militare, un simbolo identitario e un ostacolo oggettivo a qualsiasi processo di pace inclusivo. Capirla non significa giustificarla: significa leggere più a fondo le ferite di un’intera regione e comprendere perché, ancora oggi, il Medio Oriente sia così lontano da una soluzione giusta e condivisa.