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Ucraina: la storia lunga di una guerra che scuote l’Europa

Dall’indipendenza del 1991 al trauma dell’Euromaidan, la storia ucraina recente è segnata da una difficile ricerca di identità nazionale, tra eredità sovietica, spinte europeiste e il peso geopolitico della Russia

Marco Netri

Marco Netri

GIORNALISTA E IMPRENDITORE

Ho iniziato a scrivere da giovanissimo e ne ho fatto il mio lavoro. Dopo la laurea in Scienze Politiche e il Master in Giornalismo conseguiti alla Luiss, ho associato la passione per la scrittura a quello per lo studio dedicandomi per anni al lavoro di ricercatore. Oggi sono imprenditore di me stesso.

La guerra tra Russia e Ucraina, esplosa apertamente nel febbraio del 2022, ha riportato nel cuore dell’Europa scenari che si pensavano relegati alla memoria del Novecento. Trincee, bombardamenti, esodi, propaganda e disinformazione si sono intrecciati in un conflitto che non è solo militare ma anche identitario, geopolitico e simbolico. Per comprenderne davvero le ragioni, occorre abbandonare l’approccio semplicistico che oppone “aggressori” e “aggrediti” e ripercorrere la storia recente e remota di due nazioni intimamente legate, ma sempre più divise da forze interne ed esterne.

Le radici storiche di un’identità contesa

L’Ucraina non è solo una giovane nazione indipendente dal 1991. È anche un territorio stratificato, cerniera tra Europa centrale e mondo russo, in cui si sono incrociate nei secoli influenze polacche, austro-ungariche, ottomane, sovietiche. Il rapporto con Mosca ha oscillato nel tempo tra affiliazione, dominazione e aspirazione all’autonomia. Se è vero che molti ucraini sentono forte il legame storico con la cultura russa, è altrettanto vero che le politiche imperiali prima zariste e poi sovietiche hanno alimentato un senso di oppressione e di resistenza.

Negli anni Trenta, l’Holodomor – la carestia indotta dalle politiche staliniane – ha segnato in profondità la memoria collettiva. L’indipendenza ottenuta dopo il crollo dell’URSS ha rappresentato per molti ucraini l’occasione per costruire una nazione autonoma, con una lingua propria e un’identità distinta. Tuttavia, l’ambivalenza tra Est e Ovest ha continuato a marcare la società, con un’Ucraina occidentale più europeista e un’Est russofono, culturalmente legato a Mosca.

L’espansione a Est della NATO e le inquietudini russe

Un elemento centrale del conflitto è rappresentato dall’allargamento della NATO verso i confini russi. Fin dai primi anni Novanta, la Russia ha osservato con crescente allarme l’ingresso nell’Alleanza Atlantica di paesi ex sovietici o del Patto di Varsavia. La promessa, mai formalizzata, di non estendere l’alleanza “di un pollice verso Est”, come ventilato negli anni del crollo dell’URSS, è diventata per Mosca una ferita aperta. Georgia, Moldavia e Ucraina hanno progressivamente rafforzato i rapporti con l’Occidente, mentre la Russia ha percepito un accerchiamento strategico.

Per Kiev, guardare all’Europa significava emanciparsi da una lunga dipendenza politica, economica e culturale. Ma per Mosca, l’ipotesi di una NATO presente anche in Ucraina era – ed è – una minaccia diretta ai propri interessi e alla propria sicurezza. Il 2014, con la rivoluzione di Euromaidan e la conseguente cacciata del presidente filorusso Yanukovych, ha rappresentato un punto di rottura. La Russia ha risposto con l’annessione della Crimea e l’appoggio alle repubbliche separatiste del Donbass, ponendo le premesse per l’escalation successiva.

Crimea, Donbass e la linea sottile tra autodeterminazione e annessione

L’annessione della Crimea da parte della Russia ha suscitato reazioni forti in Occidente, ma in molti hanno sottovalutato la complessità del contesto locale. La penisola era abitata in maggioranza da russofoni, e il legame storico con Mosca era forte. Ciò non giustifica né legittima l’uso della forza o la violazione del diritto internazionale, ma rende il quadro più articolato rispetto alla narrazione di una semplice aggressione. Lo stesso discorso vale per le regioni del Donbass, dove movimenti separatisti, appoggiati militarmente e logisticamente da Mosca, hanno contestato il nuovo corso politico ucraino dopo il 2014, alimentando un conflitto latente ma sanguinoso.

In questi territori si sono sovrapposte rivendicazioni identitarie, tensioni etniche, interessi geopolitici e manipolazioni informative. L’Ucraina ha cercato di riaffermare la propria sovranità, mentre la Russia ha giocato la carta della “protezione delle minoranze”, ribaltando il lessico dei diritti per giustificare le sue mosse.

L’ascesa di Zelensky e il cambio di narrativa internazionale

L’elezione di Volodymyr Zelensky nel 2019 ha segnato un cambio di tono nella politica ucraina. Attore e comico di successo, Zelensky si è presentato come volto nuovo, alternativo alle logiche tradizionali. All’inizio della sua presidenza ha cercato il dialogo anche con Mosca, ma l’irrigidimento dei rapporti e il fallimento delle intese di Minsk hanno rapidamente riportato il paese sulla traiettoria del confronto.

Con l’invasione russa del 2022, Zelensky è divenuto il simbolo della resistenza ucraina, appoggiato dall’Occidente e acclamato come leader democratico. La sua immagine pubblica, costruita anche con abilità comunicativa, ha rafforzato il sostegno internazionale all’Ucraina, ma ha anche polarizzato il discorso: chiunque sollevasse dubbi sull’espansione NATO o sulle responsabilità occidentali veniva tacciato di simpatie filorusse.

La guerra del 2022: operazione speciale o guerra totale

Il 24 febbraio 2022 la Russia ha dato inizio a quella che ha definito “operazione militare speciale”, con l’intento dichiarato di denazificare l’Ucraina e proteggere le popolazioni del Donbass. Ma l’intervento si è rivelato fin da subito un’invasione su larga scala. Le motivazioni ufficiali, basate su presunti pericoli per la minoranza russofona e sulla minaccia NATO, hanno coperto una strategia più ampia: ristabilire l’influenza russa sul proprio “estero vicino”, riaffermando Mosca come potenza globale.

La risposta dell’Ucraina, sostenuta militarmente e finanziariamente dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea, ha reso il conflitto sempre più simile a una guerra per procura. I fronti si sono consolidati, i civili hanno pagato il prezzo più alto, mentre sullo sfondo è cresciuto il timore di un’escalation nucleare. Il coinvolgimento indiretto dell’Occidente ha alimentato la visione, da parte russa, di un’aggressione collettiva, mentre molti in Europa hanno interpretato la guerra come una lotta per la libertà e la democrazia.

Un equilibrio precario tra diplomazia e scontro globale

Nonostante i tentativi di mediazione, la guerra sembra destinata a proseguire. L’ipotesi di una soluzione diplomatica appare remota, in un contesto segnato da reciproca sfiducia, ferite profonde e narrazioni inconciliabili. Intanto, il conflitto ha trasformato l’Europa: ha rafforzato la NATO, rimescolato le alleanze, accelerato i processi di riarmo e riportato la logica dei blocchi.

Ma ha anche mostrato i limiti della solidarietà internazionale, evidenziandone contraddizioni, doppi standard e diseguaglianze di attenzione. Il destino dell’Ucraina, tra ricostruzione e frammentazione, dipenderà non solo dall’esito del conflitto, ma anche dalla capacità di immaginare un nuovo ordine internazionale, in cui sicurezza non significhi solo deterrenza, ma anche dialogo e riconoscimento reciproco.