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Zelensky e il volto nuovo dell’Ucraina

Dalla celebrità televisiva alla presidenza in tempo di guerra, incarna la trasformazione in un simbolo globale di resistenza. Ma dietro l’immagine dell’eroe si celano anche contraddizioni politiche, strategiche e comunicative che rivelano la complessità della sua leadership

Marco Netri

Marco Netri

GIORNALISTA E IMPRENDITORE

Ho iniziato a scrivere da giovanissimo e ne ho fatto il mio lavoro. Dopo la laurea in Scienze Politiche e il Master in Giornalismo conseguiti alla Luiss, ho associato la passione per la scrittura a quello per lo studio dedicandomi per anni al lavoro di ricercatore. Oggi sono imprenditore di me stesso.

Nel panorama bellico e mediatico nato con l’invasione russa del febbraio 2022, Volodymyr Zelensky è diventato il simbolo dell’Ucraina che resiste. La sua figura è stata da subito quella di un leader coraggioso, pronto a rimanere nella capitale assediata mentre gli eserciti nemici avanzano. Ma dietro la narrazione eroica si cela anche una realtà più complessa, dove la storia personale del presidente si intreccia con le contraddizioni della politica ucraina, le pressioni internazionali, la deriva nazionalista e l’irrisolto rapporto con le minoranze russofone.

Dalla satira al potere: un’ascesa fuori dagli schemi

Volodymyr Zelensky nasce nel 1978 a Kryvyi Rih, una città dell’Ucraina orientale. Figlio di una famiglia ebraica di lingua russa, cresce in un ambiente multiculturale e post-sovietico. Prima di entrare in politica, la sua carriera è interamente dedicata allo spettacolo: comico, attore, autore e fondatore della compagnia Kvartal 95. Il suo volto diventa popolare grazie alla serie televisiva “Servitore del popolo”, dove interpreta un insegnante che, a sorpresa, diventa presidente combattendo la corruzione. Nel 2019, quel copione si trasforma in realtà: Zelensky fonda un partito con lo stesso nome della serie e vince le elezioni con oltre il 70% dei voti.

L’Ucraina in quel momento è un paese stanco delle élite politiche tradizionali, compromesse da anni di corruzione e tensioni tra Est e Ovest. Zelensky cavalca l’onda del rinnovamento, promettendo una politica pulita e vicina al popolo. Ma l’ingresso nell’arena del potere non è privo di ambiguità: le promesse di pace nel Donbass si scontrano quasi subito con le realtà militari sul campo, e la necessità di mantenere un consenso interno e internazionale si traduce in scelte sempre più allineate con le agende occidentali.

Le ombre del conflitto e il ruolo delle frange nazionaliste

L’invasione russa nel 2022 catapulta Zelensky in una nuova dimensione politica. Da presidente giovane e inesperto si trasforma, in pochi giorni, nel volto globale della resistenza ucraina. I suoi discorsi, trasmessi in tutti i parlamenti occidentali, si fanno carichi di retorica civile e militare: l’Ucraina viene presentata come l’avamposto della libertà contro l’autoritarismo.

Tuttavia, il rapporto di Zelensky con le milizie nazionaliste – come il battaglione Azov – è stato spesso ambiguo e ancora discusso. Pur essendo nate come formazioni paramilitari fuori controllo, e accusate anche in ambito internazionale per ideologie radicali e azioni violente, queste unità sono state nel tempo integrate nelle forze armate ufficiali. Il governo Zelensky ha mantenuto un rapporto di tolleranza e di utilizzo militare, rendendo difficile una distinzione netta tra patriottismo e nazionalismo esasperato.

L’emanazione della legge marziale, la chiusura di partiti filo-russi e l’accentramento del potere hanno rafforzato l’immagine del presidente come unico garante dell’unità nazionale. Tuttavia, questo consolidamento ha avuto un prezzo: l’Ucraina che si sognava finalmente democratica è diventata, almeno temporaneamente, un paese sospeso tra democrazia e stato d’emergenza permanente.

Una figura che divide: eroe globale o leader in trincea?

Zelensky ha saputo incarnare perfettamente il ruolo dell’eroe moderno nell’era dei social e della comunicazione globale. Il suo stile diretto, le felpe mimetiche, i selfie nei bunker e la narrazione di una capitale assediata hanno conquistato le simpatie dell’opinione pubblica occidentale. Tuttavia, il racconto dell’eroismo personale ha spesso oscurato il contesto più ampio: una guerra nata da uno scontro geopolitico e culturale di lunga durata, aggravato da scelte politiche poco lungimiranti sia da parte dell’Ucraina sia da parte delle potenze occidentali.

Allo stesso tempo, nel fronte interno ucraino, il consenso resta alto ma non privo di incrinature. Le difficoltà economiche, la mobilitazione forzata, la mancanza di sbocchi diplomatici chiari e il prolungarsi del conflitto cominciano a logorare la popolazione. A ciò si aggiunge l’assenza di una linea politica chiara per il futuro: se da un lato Zelensky promette una totale integrazione con l’Unione Europea e la NATO, dall’altro la realtà della guerra suggerisce che questi scenari restano, per ora, più simbolici che concreti.

Zelensky tra storia e propaganda

La figura di Zelensky resterà centrale nella memoria collettiva della guerra russo-ucraina. Ma sarà compito degli storici distinguere tra la propaganda di guerra e la reale efficacia delle sue scelte. La sua leadership ha certamente garantito una coesione interna e una solidarietà internazionale senza precedenti per l’Ucraina. Tuttavia, il rischio che il suo ruolo venga strumentalizzato – sia come icona occidentale sia come pretesto per l’escalation bellica – è presente.

In ultima analisi, Zelensky rappresenta una delle contraddizioni più forti del conflitto: un presidente nato dall’ironia che si ritrova a guidare un paese in guerra. Una figura che incarna, nel bene e nel male, le ambivalenze di una nazione divisa tra Est e Ovest, tra democrazia e militarizzazione, tra speranza europea e disillusione post-sovietica.