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Perché veniamo identificati con le impronte digitali?

La particolarità di cui forse non sei a conoscenza è che le impronte digitali sono uniche. Ciò significa che ognuno di noi le ha diverse, senza eccezi

L’investigatore scientifico moderno sfodera il suo kit con luminol e lampada specifica per mettersi a cercare le impronte digitali sulla scena del crimine. Perché veniamo identificati con le impronte digitali? Cos’hanno di così unico e speciale da essere fonte di riconoscimento sopra ogni "ragionevole dubbio"?

Tutte le volte che tocchiamo qualcosa, specialmente là dove è ben visibile, si può notare che lasciamo un’impronta dei polpastrelli. Questa piccola impronta formata da tante righe concentriche e di forme bizzarre è chiamata impronta digitale – e tutti le hanno! La particolarità di cui forse non sei a conoscenza è che le impronte digitali sono uniche. Ciò significa che ognuno di noi le ha diverse, senza eccezioni.

Se osservi attentamente la punta delle tue dita, noterai che ognuna di esse ha sulla superficie delle piccole valli in rilievo. Sono le creste cutanee: la pelle dei polpastrelli emette inoltre sudore, e quando preme contro una superficie lascia un’impronta leggermente appiccicosa e abbastanza visibile, mostrando le creste di cui abbiamo parlato poco fa. Le impronte digitali possono presentare ovali, anse o altre forme, diverse da soggetto a soggetto e per questo motivo non ci saranno mai nel mondo due persone con le stesse impronte, nemmeno i gemelli identici!

Insieme al calco dentale, le impronte digitali sono diventate nel tempo uno strumento validissimo per indentificare una persona. Le forze dell’ordine ne fanno ampio utilizzo per individuare i responsabili di certi reati. A meno che, ovviamente, il colpevole non si sia messo i guanti!

La storia delle impronte digitali

Non che le impronte digitali siano state inventate. Le abbiamo sempre avute! Si pensa però che l’utilizzo delle impronte fosse in uso già in epoca babilonese. I mercati le imprimevano sulle tavolette per simulare una firma personale di sigillo del documento.

La dattiloscopia, ovvero lo studio delle impronte digitali, è però una scienza molto più recente. Uno dei primi documenti scientifici sulle "creste cutanee" è il "De externo tactus organo anatomica observatio", scritto nel 1665 da un italiano, seguito poi da un botanico inglese nel 1684. L’uso delle impronte digitali come mezzo di individuazione delle persone è arrivato solo nel 1880, quando Henry Faulds, medico missionario in Giappone, ha pubblicato un articolo sul Nature in cui suggeriva di usarle per identificare i criminali.

Con l’avvento delle nuove tecnologie, le impronte digitali sono diventate molto falsificabili. Molti telefoni cellulari con rilevamento delle impronte digitali conservano le informazioni sul proprio "dito" in aree non criptate, e dunque facilmente accessibili dai malintenzionati. Insomma: con un po’ di impegno un bravo hacker potrebbe rubarti anche questo dato e usarlo per i suoi scopi nefandi.

Impronte digitali e il dilemma della sicurezza

Curiosità: nel 2016, presso il Mobile World Congress, lo scanner delle impronte digitali di un iPhone Touch è stato violato con una semplicissima copia ricalcata nel pongo. Se all’inizio l’uso delle impronte digitali come "valore biometrico" per proteggere i dispositivi elettronici da accessi fraudolenti era considerato avanguardistico, oggi sono nati diversi dubbi sulla sua valenza nel tempo.

Del resto una password compromessa si può cambiare. Ma come si fa a sostituire le impronte digitali se qualcuno ti ha già rubato questo dato? Un bel problema.

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