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Perché si dice KO per indicare l'atterramento di un pugile?

È evidente che questa scritta sta a indicare che uno dei due contendenti è andato fuori combattimento, ma perché si usa proprio KO?

Stai guardando un incontro di pugilato, o magari stai giocando al tuo videogame di combattimento preferito e ti imbatti nella scritta "KO". È evidente che questa scritta sta a indicare che uno dei due contendenti è andato fuori combattimento, ma perché si usa proprio KO?

KO e KO tecnico

Il "kappaò", ovvero il KO, è contratta dall’originario knock out of time, ovvero "abbattere oltre il tempo" in inglese. Il knock-out è la situazione in cui uno dei pugili, atterrato dal suo avversario sul tappeto del ring, non riesce a rimettersi in piedi entro il tempo massimo stabilito per continuare con il match e proseguire nella lotta. Di conseguenza, l’altro pugile, ancora in piedi, viene dichiarato vincitore della lotta.

Il knock-out tecnico, detto anche TKO (technical knock out) è invece un’interruzione del match decretata dall’arbitro per manifesta inferiorità di un contendente rispetto al suo avversario. Può verificarsi anche in caso di ferita provocata da colpi regolari o atterramenti nel corso dell’incontro, prima di quel momento. Il KO, o una sua versione simile, esiste anche nel wrestling, dove l’incontro può essere vinto schienando un avversario, ovvero mettendolo al tappeto per tre secondi filati nella disciplina chiamata "last man standing match".

Due parole sul pugilato

La prima prova storica dell’esistenza del pugilato arriva dai sumeri e da un particolare bassorilievo in Iraq risalente al terzo millennio a.C. Seguono poi altre testimonianze nei periodi successivi, grazie alle favolose prove lasciate dagli Assiri e dagli Ittiti. Anche in Egitto sono state trovate sculture che raffiguravano due pugili sul ring. L’uso dei guantoni è stato provato più avanti, nel periodo della civiltà minoica.

Greci e Romani amavano il pugilato, o meglio, la versione antica di quello sport. I romani usavano una protezione per le mani chiamata cestus, in cui venivano anche inserite delle lamine di ferro per rendere ancora più letali i pugni. Nonostante l’abolizione delle olimpiadi da parte dell’imperatore Teodosio I, il pugilato non ha mai smesso di essere amato e praticato, tanto che già nel Medioevo ci sono prove inconfutabili della sua esistenza. A Venezia si facevano le Guerre dei Pugni, da autunno fino a Natale, e i primi regolamenti erano datati al 1292.

Il pugilato scompare per un breve periodo, quando diviene consuetudine portare con sé una spada per autodifesa, per poi tornare in auge quando la spada non è più stata una vera necessità.

Il primo regolamento del pugilato risale al 1743 e fu scritto da Jack Broughton con l’obiettivo di proteggere i pugili dal pericolo di morte, un evento per nulla raro a quei tempi. Ad oggi, piccoli frammenti di quel regolamento sono ancora rintracciabili in quello moderno, e dobbiamo a Broughton dunque molto di quello che è stato appreso nel corso della storia in materia di pugilato.

E OK?

Curiosamente, se letto al contrario KO diventa OK, la sigla internazionale e ufficialmente riconosciuta dal mondo intero per spiegare che va tutto bene. Le due parole non sembrano avere correlazioni conosciute.

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