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Perché le vie di Venezia hanno nomi curiosi?

Le vie di Venezia presentano dei nomi molto curiosi, che sono legati alla storia della città lagunare e alle sue antiche leggende più curiose

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La città di Venezia ha tante particolarità che la rendono uno dei luoghi più caratteristici e apprezzati al mondo. L’acqua che domina il paesaggio cittadino è solo una di queste.

Chi abita nel capoluogo veneto o è stato in questa città lagunare anche solo per una breve vacanza saprà bene che le sue vie hanno nomi antichi e curiosi, ispirati alla vita cittadina della Serenissima e alle molte vicissitudini storiche che l’hanno attraversata nel corso degli anni. Scopriamo ora, più nel dettaglio, perché le vie di Venezia hanno nomi curiosi.

L’origine dei nomi curiosi delle vie di Venezia

Iniziamo subito col dire che non esiste una spiegazione univoca in grado di chiarire il motivo per cui le vie di Venezia presentano nomi così curiosi.

Alcuni di essi richiamano dei mestieri: all’interno di questa particolare categoria, per esempio, è possibile citare le calli del Pestrin (cioè del lattaio), del Pistor (cioè del panettiere), del Fruttarol (cioè del fruttivendolo).

Altri nomi di vie di Venezia sono legati, invece, ad alcune attività commerciali: ne sono un esempio le Mercerie (dove si vendevano le stoffe), le Frezzerie (dove venivano fabbricate le frecce), calle Fiubera (dove si facevano le fibbie per le scarpe).

I nomi di alcune vie della città di Venezia, poi, traggono origine da leggende che ruotano attorno ai luoghi cui fanno riferimento.

Una di queste è particolarmente cruenta e ancora oggi terrorizza i bambini di Venezia a cui viene raccontata: il nome di Riva di Biasio è un rimando a tal Biagio Cargnio, titolare di un’osteria del XVI secolo nota a tutti per la prelibatezza della sua carne. Il prestigio dell’osteria durò, però, fino al giorno in cui uno dei clienti trovò nel suo piatto il dito di un bambino. I gendarmi chiamati dall’avventore scoprirono così che l’oste Biagio era solito sostituire la carne di maiale con quella umana.

Le cronache sulla sua fine sono molto chiare: condannato dalla Serenissima, l’oste fu torturato pubblicamente e tagliato in quattro parti, che vennero appese con dei ganci ed esposte ai quattro punti cardinali in modo che tutti potessero vedere la fine di Biagio, a cui ancora oggi è dedicata Riva di Biasio.

Anche l’origine del nome di campiello Mosca è legato a un aneddoto particolare che, al contrario di quanto lo stesso nome sembrerebbe suggerire, non ha proprio nulla a che vedere con l’insetto.

A Venezia, infatti, venivano chiamati mosche (o moschete) i nei finti che le donne veneziane erano solite sfoggiare. Ai tempi della Serenissima, questi nei posticci avevano molta importanza dal momento che, secondo un apposito codice, inviavano dei messaggi ben precisi a seconda della parte del corpo su cui essi venivano applicati. La dama con un neo finto vicino all’occhio, per esempio, intendeva comunicare: "Sono irresistibile".

Molteplici, come detto, sono i significati associati ai neo posticci in base alla loro posizione: un neo finto sulla gola, per esempio, era la scelta per chi intendeva comunicare "galanteria" (non a caso questa mosca veniva chiamata proprio "galante") mentre un neo posticcio sul naso stava a significare "sfrontatezza".