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La letteratura alessandrina: Callimaco

Poeta e filologo greco antico d'età ellenistica, ebbe il delicato compito di catalogare i testi della Biblioteca reale di Alessandria

Alessio Abbruzzese

Alessio Abbruzzese

GIORNALISTA

Nato e cresciuto a Roma, mi appassiono fin da piccolissimo al mondo classico e a quello sport, dicotomia che ancora oggi fa inevitabilmente parte della mia vita. Potete leggermi sulle pagine de Il cuoio sul Corriere dello Sport, e online sul sito del Guerin Sportivo. Mi interesso di numerosissime altre cose, ma di quelle di solito non scrivo.

Chi era Callimaco

Callimaco nacque a Cirene all’incirca nel 310 a.C. da Batto e Mesatma e appartenne alla dinastia dei Battiadi, il cui capostipite fu Batto I, fondatore della sua città natale. Ivi trascorse i primi anni di vita, prima di essere costretto a recarsi in Egitto, precisamente ad Alessandria, dove fu prima allievo di Ermocrate di Iaso, per poi assumere l’incarico di maestro di scuola. Successivamente, si trasferì ad Atene, dove fu discepolo del peripatetico Prassifane di Mitilene. Quindi, iniziò a frequentare la corte di Tolomeo II Filadelfo, dove ricevette il delicatissimo compito di catalogare i testi della Biblioteca reale di Alessandria, fondata dallo stesso sovrano. Fu grazie a questa sua esperienza che videro la luce i ‘Pinakes’ (o Tavole) della storia letteraria dei Greci: si trattava, sostanzialmente, di un’imponente bibliografia – 120 volumi suddivisi a seconda del genere – a carattere enciclopedico di tutti gli scrittori in lingua greca, catalogati in ordine alfabetico, ognuno dei quali accompagnato da un breve ritratto sulla vita, sui titoli delle opere e sull’incipit di ciascun testo. Dopodiché, entrato nelle grazie di Tolomeo III Evergete, in quanto la moglie Berenice II era anch’essa natia di Cirene, accettò il ruolo di poeta di corte: esaltò entrambi con carmi encomiastici e, in particolare, compose ‘La chioma di Berenice’, un’elegia in cui si narra dell’assunzione in cielo, sotto forma di costellazione, del ricciolo sacrificato dalla regina in voto per il ritorno del marito da una campagna militare in Siria. Fu proprio ad Alessandria d’Egitto che esalò l’ultimo respiro, intorno al 235 a.C., a circa 75 anni.

Le opere e lo stile

Secondo le fonti, Callimaco fu estremamente produttivo (secondo la tradizione avrebbe pubblicato 800 libri), sia da un punto di vista di scritti in versi che in prosa. Tra quest’ultimi, oltre ai già citati ‘Pinakes’, lavorò su una serie di opere di erudizione sui più disparati argomenti, dalla storia alla geografia, dall’etnografia alla paradossografia (dal greco παραδοξογραφία, cioè “testi sulle cose meravigliose”), come ben evidenziato dai ‘Paradoxa’, di cui sono arrivati fino ai giorni nostri 44 estratti in Antigono di Caristo. I ‘Costumi dei barbari’, invece, furono una collezione antiquaria di costumi non greci che, come molte altre opere, è andata completamente perduta. Per quanto riguarda, invece, i poemi, meritano una menzione particolare i quattro libri di elegie intitolati ‘Aitia’ (Aτια, ossia “origini” o “cause”), tredici ‘Giambi’ e un epillio, l”Ecale’, di cui ci sono giunti soltanto alcuni frammenti, oltre a sessantatré ‘Epigrammi’ e sei ‘Inni’, che si sono invece conservati nella loro interezza. Callimaco fu un grande amante della ricerca erudita e del ‘labor limae’, vale a dire l’accurata elaborazione formale, ma si può anche ritenere che egli influenzò la poesia ellenistica e quella latina, soprattutto per quanto riguarda la produzione artistica di autori come Ennio, Catullo, Virgilio, Orazio, Tibullo e Properzio. Rispetto ai suoi contemporanei, l’autore di Cirene si distingue per l’efficace brevità dei suoi carmi, ma anche per la levigatezza formale. Fece sistematico ricorso alla ‘polyèideia’ (cioè, la mescolanza di generi) e alla poikilìa (la contaminazione degli stessi, conosciuta in latino come ‘contaminatio’), tanto che nel giambo XIII affermò, per esempio, che non esiste nulla che obblighi il poeta a seguire un solo genere letterario. Allo stesso tempo, tuttavia, sentì sovente la necessità di giustificarsi per le sue scelte e per la sua metaletteratura, in quanto consapevole di essere un innovatore, foriero di uno stile sperimentale. Si oppose, inoltre, alla concezione platonica dell’arte, proponendo una poesia non didascalica e piuttosto orientata al diletto: il suo stile può essere definito vivace, arguto e ironico, ma anche elegante ed espressivo, oltre che, come detto, particolarmente conciso. Nonostante ciò, sulla stessa falsariga dell’epica antica, non disdegnò – in alcuni casi – la prolissità, così come è tutt’altro che raro l’uso di giochi di parole, di neologismi e di etimologie. Infine, ma non per importanza, non si sottrasse alle polemiche letterarie del suo tempo, riferendosi – nell’introduzione degli ‘Aitia’ – con il termine ‘Telchini’, personaggi della mitologia corrispondenti ai primi abitanti di Rodi (secondo una fonte dei cani trasformati in uomini), ai suoi rivali, vale a dire gli autori di poemi epici e depositari di ideali letterari che considerava ormai “superati”.