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Le caratteristiche del Dolce Stil Novo, la corrente italiana

Guinizelli, Cavalcanti e Dante Alighieri guidano la rivoluzione letteraria, cantando di amore e di donne con un nuovo linguaggio, colto e soave

Silvia Pino

Silvia Pino

GIORNALISTA PUBBLICISTA

Ho iniziato con le lingue straniere, ho continuato con la traduzione e poi con l’editoria. Sono stata catturata dalla critica del testo perché stregata dalle parole, dalla comunicazione per pura casualità. Leggo, indago e amo i giochi di parole. Poiché non era abbastanza ho iniziato a scrivere e non mi sono più fermata.

Il Dolce Stil Novo è una corrente poetica che prende forma e si sviluppa durante la seconda metà del 1200, ma destinata ad influenzare la poesia italiana nel corso dei secoli successivi. Il Dolce allude alla semplicità e alla soavità, lontana dalle asprezze e dalle difficoltà retoriche dei predecessori; lo stile va a designare il modo di scrivere; il novo rivendica una sorta di rivoluzione letteraria. Gli stilnovisti infatti si contrappongono all’impostazione della scuola siciliana e polemizzano in particolare con Guittone d’Arezzo e la scuola aretina, allontanando la lingua dal volgare, in cerca di uno stile più limpido e lineare e di un’espressione raffinata e nobile, “gentile”, dei propri pensieri.

Con lo Stilnovo il linguaggio, dunque, diventa ricercato ed aulico, dalle ardue sperimentazioni stilistiche guittoniane, si passa ad uno stile poetico con rime dolci e piane, caratterizzate da profonda cantabilità del verso. Il tema prediletto è quello amoroso, ma i poeti non si limitano più a cantare i patimenti dell’amore o le doti dell’amata, concentrandosi anche sull’effetto che l’esperienza amorosa ha sull’anima del poeta e sulla sua esperienza terrena. L’amore assume così una dimensione puramente spirituale e non può nascere che in un cuore “gentile”, cioè nobile e virtuoso.

I maggiori rappresentanti dello stilnovismo sono il bolognese Guido Guinizelli, considerato il precursore del movimento con la sua canzone “Al cor gentil rempaira sempre amore”, Guido Cavalcanti e un giovane Dante Alighieri, i poeti fiorentini Lapo Gianni, Gianni Alfani e Dino Frescobaldi e Cino da Pistoia.

Origine del termine

A coniare l’espressione “dolce stil novo” è Dante, che la inserisce nella Divina Commedia, nel XXIV canto del Purgatorio, in cui Bonagiunta degli Orbicciani da Lucca, poeta toscano che rielaborò i temi e le tecniche della Scuola Siciliana, chiede a Dante se è lui che “trasse le rime nove”, partendo dalla lirica dantesca “Donne c’avete intelletto d’amore”. Il sommo poeta risponde così: “Io sono uno che quando Amore m’ispira, noto, e a quel modo che ditta dentro vo’ significando”, spiegando che quando l’amore lo ispira, egli lo analizza in base a ciò che gli comunica. Bonagiunta, convinto, ammette allora di comprende bene il “nodo” che lo trattenne, insieme a Iacopo da Lentini e Guittone d’Arezzo, dall’entrare nella cerchia di Dante, cioè a tenersi “al di qua di quel dolce stil novo che io odo”. Un passaggio questo che illustra magnificamente l’idem sentire degli stilnovisti, determinati a distinguersi dai siculo-toscani, dimostrando di essere in grado di descrivere i cambiamenti psicologici che l’Amore produce nella persona che ama e di esprimerli in forma dolce, adatta al sentimento.

Ma dì s’i’ veggio qui colui che fore/trasse le nove rime, cominciando/Donne ch’avete intelletto d’amore.”/E io a lui: “I’mi son un che, quando/Amor mi spira, noto, e a quel modo/ch’e’ ditta dentro vo significando.”/”O frate, issa vegg’io”, diss’elli, “il nodo/che ‘l Notaro e Guittone e me ritenne/di qua dal dolce stil novo ch’i’ odo!” (Purgatorio XXIV, vv. 49-57)

Temi e caratteristiche

Gli stilnovisti non fanno tabula rasa del passato, bensì partono da alcune tematiche già note, quali l’esaltazione di Amore come suprema forma di aristocrazia spirituale, la convinzione che la vera nobiltà non derivi dal diritto di nascita, ma risieda nell’animo e la rappresentazione della donna come figura angelica. Ad essere originali semmai sono le loro caratteristiche, il loro definirsi come libero gruppo di “cori gentili”, capaci di vivere e intendere la nobilitante esperienza d’amore. Essi fondano la loro superiorità sulla cultura, convinti di far parte di un’aristocrazia intellettuale e spirituale e del fatto che per produrre poesie d’amore siano necessarie conoscenze scientifiche e teologiche. Da qui la scarsa presa su un pubblico cui la semplice istruzione retorica non era più sufficiente per comprenderne appieno le opere.

La figura della Donna

Con lo Stilnovo al concetto di amore assoluto e spirituale, si affianca anche un nuovo concetto della donna, che diventa angelicata. La donna angelo ha il compito di guidare lo spirito dell’uomo verso la sua nobilitazione e sublimazione, che può essere identificata solamente con l’immagine della purezza di Dio. Di conseguenza l’amore nei confronti della donna non si compie più attraverso il corteggiamento e la conquista, ma si realizza in maniera del tutto platonica, attraverso il puro elogio della sua bellezza e la contemplazione visiva e descrittiva. La donna non è vista come un essere terreno, ma si eleva al ruolo di creatura mistica e sublime, dalla quale i poeti traggono ispirazione per comporre le loro opere.

Pur trattandosi di un circolo chiuso, all’interno del quale prevalgono i fattori comuni, gli appartenenti allo Stilnovismo si discostano l’uno dall’altro in alcuni tratti: è il caso delle diverse accezioni dell’esperienza amorosa, che da nobilitante, passa ad essere angosciante o inebetente. Ma è proprio attorno alla figura della donna che i tre principali stilnovisti Guinizzelli, Cavalcanti e Dante Alighieri differiscono in maniera maggiore.

Se il padre della corrente Guinizelli mette in risalto la superiorità morale della donna rispetto alla materialità dell’uomo, arrivando a fornirle poteri sovrannaturali, come nel caso del saluto, che è in grado di donare all’uomo la salvezza dell’anima, Cavalcanti ne sottolinea gli aspetti meno positivi, partendo dagli effetti sconvolgenti che l’amore provoca e che portano unicamente a una sensazione di terrore e dolore a causa dell’inafferrabilità della donna, che si sublima in un essere divino, capace con gli occhi di trapassare il cuore dell’uomo, devastandone lo spirito. In disaccordo con entrambe, Dante supera la concezione della donna come creatura angelicata, facendone il mezzo di collegamento tra l’uomo e Dio e fornendole un aspetto più mistico, religioso e spiritualizzato. La sua bellezza è tale che l’uomo non ne è in grado di sopportarne lo sguardo, anche se la sua sola immagine basta a sollevarlo dalle preoccupazioni terrene. Diversamente da Guinizzelli però, l’amore di Dante non è ad esclusivo appannaggio dei “cuori gentili”, nobili dalla nascita, ma di tutti i cuori, che proprio quando incontrano l’amore vengono nobilitati e ingentiliti dall’impareggiabile forza di questo sentimento.

Tanto gentile e tanto onesta pare/la donna mia quand’ella altrui saluta,/ch’ogne lingua deven tremando muta,/e li occhi no l’ardiscon di guardare./Ella si va, sentendosi laudare, benignamente d’umiltà vestuta;/e par che sia una cosa venuta/da cielo in terra a miracol mostrare./Mostrasi sì piacente a chi la mira,/che dà per li occhi una dolcezza al core,/che ’ntender no la può chi non la prova:/e par che de la sua labbia si mova/un spirito soave pien d’amore,/che va dicendo a l’anima: Sospira.” (Tanto gentile e tanto onesta pare, Dante Alighieri)