Blake e il sublime
Il magnifico e il terrificante si fondono in un concetto trattato da Burke a Kant, ma che nell’ultimo preromantico inglese trova la sua… sublimazione
Il concetto di Sublime è il fondamento di alcune delle correnti artistiche e filosofiche, che nascono e si sviluppano tra la fine del ‘700 e l’inizio dell’800 più o meno in ogni parte di un’Europa che proprio in questo periodo vive un momento di fervore culturale, stimolata dal declino dei vecchi stati territoriali, ormai avviati ad evolversi negli stati nazione. Un momento di impeto rivoluzionario, che come un irrefrenabile tsunami travolge e spazza via gli ormai decaduti sovrani assoluti.
In particolare, l’espressione “sublime” inizia a circolare già durante il ‘600, con la pubblicazione in inglese e francese dell’omonimo trattato, ma è nel ‘700 che prende piede tramite l’opera dell’irlandese Edmund Burke, che nel 1757 teorizza per la prima volta la supremazia del Sublime sul Bello.
Per Burke, il Sublime è tutto ciò che, suscitando una sensazione di terrore, è in grado di spingere verso il dolore e il pericolo, ma che allo stesso tempo ammalia e affascina, come solo la natura e i suoi aspetti più maestosi può fare, mentre il Bello appartiene più prosaicamente alle mere relazioni umane.
Ad ampliare ulteriormente il concetto di “sublime” sarà, alla fine del ‘700, Immanuel Kant, che nella sua Critica del Giudizio arriverà a distinguere tra il Sublime Dinamico ed il Sublime Matematico. Il primo è considerato figlio della forza distruttrice della natura, che impone all’uomo una sensazione di inferiorità, mentre il secondo prende forma dall’osservazione della natura immobile. Ma solo il primo rappresenta per l’uomo l’occasione di sentirsi superiore alla natura, in virtù del fatto che è l’unico essere dotato di intelletto.
William Blake
La diffusione del Sublime investe anche arte e letteratura, portando alla riscoperta di tematiche affini a opere del calibro della Bibbia e della Divina Commedia, ed il miglior interprete di questo fascino per la filosofia del magnifico e del terrificante sarà William Blake considerato l’ultimo grande preromantico inglese. Scrittore e pittore, poeta e incisore, in lui si intersecano ascetismo, religiosità e occultismo e la sua opera è intrisa di simbolismo.
Nato a Londra nel 1757 (vi morirà nel 1827) da un commerciante di tessuti, il giovane William frequenta prima una scuola di disegno e poi, avendo dimostrato una notevole predisposizione per l’arte figurativa, la bottega del maestro incisore Basire, dove conclude l’apprendistato. Quindi studia alla Royal Academy of Arts, dove viene influenzato dalla pittura visionaria e amica dell’amico svizzero Füssli. Sposa Catherine Boucher, che sarà la sua compagna per tutta la vita e lavora come illustratore, arrivando ad aprire un negozio di stampe.
Grazie all’aiuto di alcuni amici, pubblica il suo primo volume di poesie, l’unico che non sarà accompagnato da sue incisioni a stampa colorate a mano. Blake definirà la sua tecnica “illuminated printing” e sarà influenzato tanto dalla Rivoluzione Francese, quanto dalla Kabbalah ebraica e dalla Bibbia.
La sua ispirazione, però, non fu esclusivamente il riflesso delle grandi opere del passato, ma anche e soprattutto dalla “inner light”, la luce interiore, della quale si sentiva foriero e che ne fece un veggente e un profeta. Blake sosteneva di aver avuto visioni angeliche e di Dio sin da piccolo e di aver incontrato, crescendo, gli spiriti dei grandi autori dell’antichità, da Omero a Virgilio, passando per Dante, Milton e Voltaire.
D’altro canto, in Blake l’immaginazione è una percezione sovra-sensoriale, che negando l’esperienza dei sensi, connette direttamente il poeta con l’Essere Divino, svelandogli l’identificazione tra uomo e universo e le relazioni mistiche che mettono in relazione uomo, natura e divinità, e concedendogli la possibilità di farsi portatore di questa verità nascosta.
Il Sublime
Per comprendere appieno il senso della produzione artistica tout court di Blake è però necessario partire proprio da Burke e dal suo concetto di “sublime”, quale indicatore delle emozioni che l’uomo prova in stato di eccitazione: sono proprio l’angoscia, la paura e il rischio ad infiammare la sensibilità degli artisti, generando il “sublime del terrore” e dunque il piacere estremo.
I “Poetical Sketches” sono bozzetti poetici che raccolgono la produzione giovanile del neanche ventunenne Blake, che seppur palesemente ispirata a poeti quali Collins e Gray, contiene una freschezza che la avvicina alle opere shakespeariane e di elisabettiana memoria.
I “Songs of Innocence” ed i “Songs of Experience” sono invece dedicati alle due opposte condizioni della vita terrena. Nei primi gli esseri umani e il mondo vengono contemplati con speranza, l’infanzia è simbolo di una purezza intatta, condizione di libertà e felicità suprema; i secondi inquadrano gli uomini nella loro belluina lotta per la sopravvivenza, tra prepotenze, falsità e violenze, simbolo dell’esperienza del male e della schiavitù, a loro volta conseguenza delle leggi e delle istituzioni create dall’uomo.
Innocenza ed esperienza si configurano dunque come condizioni opposte dell’animo umano, ma né il bene, percepito come ragione passiva, né il male, percepito come energia attiva, possono essere negati, in quanto componenti essenziali di eterno contrasto ed eterna complementarietà, elementi necessari alla pienezza della vita dell’uomo.
Tratto comune delle due raccolte è l’eterno dualismo tra bene e male, amore e odio, Paradiso e Inferno. Che tradotto nelle vite degli uomini si riferisce al “positivo”, che è innato nei bambini, ed al “negativo”, che nasce invece dalle leggi corrotte dell’uomo. Se infatti nei “Canti dell’Innocenza”, Blake propone il poema “The Lamb”, l’agnello, con chiari richiami all’agnus Dei per testimoniare la limpidezza e l’innocenza dell’infanzia, nei “Canti dell’Esperienza”, con il componimento “The Tiger”, gli contrappone il male, la volenza e l’aggressività, chiudendo con la provocatoria domanda: “Colui che creo l’agnello, creò pure te?”, in un moto di ribellione contro Dio, che insieme al bene ha creato anche il male.
A questo punto, però, Blake ribalta nuovamente il piano concettuale, perché riprendendo la teoria del sublime di Burke, è proprio nel male che si annidano quella libertà e quella vitalità che porteranno alla rivoluzione francese e a quella americana. Un filone che verrà arricchito di contraddizioni e di elementi-simbolo nei “Prophetic Books” e in “The Marriage of Heaven and Hell”, nei quali l’autore giungerà alla conclusione di essere arrivato troppo tardi per provare a sconfiggere i mali del mondo con la sola forza della ragione.
Nonostante questa consapevolezza, Blake si fa in ogni caso portatore di un nuovo messaggio, che esalta l’istinto e la libertà contrapponendoli ad ogni tipo di limitazione e repressione. Esuberanza ed eccessi diventano scopi da perseguire, non difetti da evitare e le stesse rivoluzioni francese e americana vengono ritenute insufficienti se non accompagnate da un parallelo abbandono di tutte le inibizioni causate dalle istituzioni religiose e civili, fonti primarie dei mali dell’umanità.