Chi era Dostoevskij? A questa domanda è possibile rispondere in molti modi. Il più grande tra i maestri della letteratura russa, certamente un autore tra i più significativi dell’800, lo scrittore unico che in ogni luogo e in ogni tempo conterà sempre schiere infinite di lettori per capolavori come Delitto e castigo, I demoni o i Fratelli Karamazov.
Chi era Fëdor Dostoevskij
Di sicuro l’opera di Dostoevskij, nonostante sia profondamente radicata nelle grandi questioni del tempo in cui conobbe la luce, è ancora materia viva. E ciò perché, per dirla con le parole di Bulgakov ne Il Maestro e Margherita, Dostoevskij è immortale! La sua immortalità deriva dalla natura stessa delle pagine che ha consegnato al mondo: pagine universali in grado di leggere il mistero dell’uomo e dei suoi sentimenti in ogni tempo, al di là di qualsiasi contingenza politica, economica e sociale. Non si contano i saggi – anche di grande fama come quelli di Michail Bachtin – sulla poetica, le interpretazioni filosofiche e psicologiche della produzione di Dostoevskij. Sono innumerevoli le trasposizioni teatrali e cinematografiche, infinite le influenze su tutto quanto dopo l’autore russo è stato realizzato. Ma dove sta l’unicità di questo artista? La biografia di Dostoevskij ci aiuta forse a comprendere alcuni tratti dell’approccio ai grandi temi presenti nei suoi libri.
Fëdor Michajlovič Dostoevskij nasce a Mosca nel 1821, è il secondo di sette figli. Ha un padre rigido, un medico militare che proverà sin da subito ad indirizzarlo verso la carriera nell’esercito e una madre che lo inizia alle letture dei grandi scrittori e poeti russi. Perde entrambi appena adolescente: prima la madre, poco dopo il padre, ucciso forse dagli stessi contadini che lavoravano nelle sue terre. Deve perciò fare subito i conti con la durezza del mondo e con alcuni episodi di epilessia che lo accompagneranno per tutta la vita.
Ma è probabilmente l’arresto ingiusto per attività sovversive l’esperienza che incide più profondamente sulla sua esistenza. Dostoevskij evita la condanna a morte grazie allo zar Nicola I, ma viene comunque costretto a quattro anni di lavori forzati in Siberia. "Di sicuro per me non è stato tempo perduto" ebbe modo di scrivere il genio russo qualche tempo dopo, al termine della condanna. E in effetti proprio da quella deportazione, da quel contatto con un male non solo metafisico ma concreto e quotidiano nasce Memorie dalla casa dei morti. Un romanzo struggente, vero e a tratti anche ironico sulla pena, la libertà, il sistema carcerario.
Rientrato a San Pietroburgo, tra il 1862 e il 1866 Dostoevskij darà alle stampe quattro straordinari capolavori: Umiliati e offesi, Memorie dal sottosuolo, Il giocatore e – tra i classici più amati mai scritti – Delitto e castigo.
Raskòlnikov è probabilmente il protagonista più noto dei romanzi di Dostoevskij. Si tratta di uno studente di San Pietroburgo in miseria che, per emanciparsi e lasciarsi alle spalle la povertà che lo opprime, uccide una vecchia usuraia e la sorella, per poi derubarle. Delitto e castigo è un’opera monumentale che merita però di essere letta senza timori reverenziali e poi riletta con maggiore consapevolezza, magari in una fase diversa della propria vita. Non c’è niente di "pesante" nella lettura di questo capolavoro che chiede soltanto di immergersi nella storia e promette di conquistare chiunque, una pagina dopo l’altra, con rivelazioni meravigliose sulla vita.
Il dubbio che Raskòlnikov sia uno specchio nel quale vedere la parte più nascosta di sé può cogliere ogni lettore, dal più appassionato a quello occasionale. E il dubbio, quell’incredibile generatore di consapevolezza, è il regalo più grande che un autore possa fare al mondo attraverso la sua opera.
Dostoevskij non si erge mai a giudice dei suoi personaggi, non impone una sua visione predeterminata e immutabile delle cose, forse sa di non avere gli elementi per farlo. In Diario di uno scrittore scrive: " Non riusciremo mai a esaurire tutto il fenomeno, non afferreremo né l’inizio né la fine di esso. Noi conosciamo solo quel che si vede ed è evidente; inizio e fine sono per l’uomo ancora qualcosa di fantastico."
Per Hermann Hesse, l’autore russo mette il suo genio sempre al servizio di due messaggi fondamentali. Il primo si esaurisce nella testimonianza della disperazione: la vita è crudele e selvaggia, è guerra, morte, è dolore inevitabile. Il secondo è risolutivo: nonostante l’esistenza sia tutto ciò, c’è pur sempre qualcos’altro, c’è la coscienza dell’uomo che ci fa "uscire dall’insopportabile solitudine dell’assurdo, mettendoci in contatto col senso delle cose, con la loro essenza, con l’eternità".
Delitto e castigo
San Pietroburgo, metà Ottocento. Raskòlnikov è uno studente squattrinato che vive in una misera soffitta. Oppresso dalla povertà, elabora una teoria: esistono uomini comuni e uomini straordinari. Per dimostrare di appartenere alla seconda categoria, uccide una vecchia usuraia e sua sorella. Dopo il delitto inizia il vero tormento: la colpa lo divora, la paura lo perseguita, l’isolamento diventa insopportabile. Solo l’incontro con Sonja gli mostrerà una via di redenzione attraverso la confessione e l’espiazione.
I demoni
Una provincia russa viene sconvolta dall’arrivo di Nikolaj Stavrogin, figura carismatica e distruttiva che trascina con sé un gruppo di rivoluzionari. Ma quando l’ideologia diventa fanatismo, il risultato è catastrofico. Dostoevskij racconta come gli uomini posseduti da un’idea assoluta – ovvero i "demoni" – siano capaci di distruggere se stessi e gli altri. Un romanzo profetico sulle derive del pensiero rivoluzionario e sui pericoli dell’estremismo ideologico.
I fratelli Karamazov
Fëdor Karamazov è un padre dissoluto e tirannico. I suoi quattro figli lo odiano: Dmitrij, impulsivo e passionale; Ivan, tormentato dal dubbio; Alëša, il più giovane; Smerdjakov, il figlio illegittimo ed epilettico, relegato al ruolo di servitore. Quando Fëdor viene assassinato, tutti sembrano avere un movente. Il vero delitto è anche il peso della colpa che grava su ciascuno, l’oscurità che abita il cuore umano. Con questo romanzo, lo scrittore indaga sulle profondità della psiche.
Memorie dalla casa dei morti
Aleksandr Petrovič Gorjančikov, nobile condannato per uxoricidio, racconta i suoi anni in una colonia penale siberiana. Dostoevskij approfondisce la psicologia dei detenuti, l’abisso che separa l’intellettuale dal popolo, la solitudine che persiste anche tra i condannati. Nato dall’esperienza reale dell’autore in Siberia, è un documento crudo e struggente sul sistema carcerario e sulla libertà perduta.
Memorie dal sottosuolo
Un ex funzionario quarantenne vive isolato in un misero appartamento di San Pietroburgo. Ipocondriaco, rancoroso, divorato dall’odio verso se stesso e verso gli altri, si confessa al lettore in un monologo spietato. Racconta la propria vita ai margini, l’incapacità di amare, il piacere masochistico dell’autodistruzione. Ricorda un episodio umiliante con ex compagni di scuola e l’incontro con Liza, che gli offre un’occasione di redenzione che lui stesso sabota. È il ritratto impietoso dell’uomo moderno chiuso nel proprio sottosuolo psicologico, incapace di uscire dal cerchio dell’odio e della solitudine.
Il giocatore
Aleksej Ivanovič è precettore presso una famiglia russa in villeggiatura a Roulettenburg, cittadina termale tedesca. Innamorato di Polina, figliastra del generale suo datore di lavoro, accetta di giocare alla roulette. Tutti aspettano la morte dell’anziana e ricchissima nonna per ereditarne il patrimonio: il generale è indebitato, il francese des Grieux corteggia Polina per denaro. Ma quando la nonna arriva di persona e dilapida la fortuna al casinò, gli equilibri saltano. Il gioco diventa ossessione, condanna, malattia. Domani smetterà, promette. Ma domani non arriva mai.
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