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Crepet attacca su genitori e figli: il suo esperimento al liceo
L'attacco di Paolo Crepet sul rapporto genitori-figli: per spiegare come è cambiato lo psichiatra racconta un piccolo esperimento svolto in un liceo
Paolo Crepet è tornato a parlare del rapporto tra genitori e figli a Poretcast, il podcast dell’attore Giacomo Poretti. Durante l’intervista, lo psichiatra e sociologo ha riflettuto su come è cambiata questa relazione nel tempo riportando, da esempio, l’esito di un piccolo esperimento fatto in un liceo una ventina di anni fa. L’attacco dell’esperto: ecco cosa ha detto.
- Crepet: "Mia madre mi chiedeva 'cosa hai'. I genitori di oggi lo fanno?"
- Crepet e l'esperimento sulla cena in un liceo
- Per Crepet il mondo "si cambia individualmente"
Crepet: “Mia madre mi chiedeva ‘cosa hai’. I genitori di oggi lo fanno?”
Il rapporto tra genitori e figli e la sua evoluzione è sempre stato un argomento d’interesse dello psichiatra e sociologo Paolo Crepet. L’esperto è tornato sul tema durante la 22esima puntata della terza stagione del podcast Poretcast.
Discutendo con il conduttore Giacomo Poretti, Crepet ha affermato che “si sta svuotando questa cosa delle relazioni”. Come ha spesso sottolineato, nel mondo di oggi le relazioni si stanno sgretolando e le persone sono sempre più sole. Questo, a suo avviso, vale anche per il rapporto tra genitori e figli.
“Io mi ricordo che quando ero adolescente c’avevo i fatti miei come tutti gli adolescenti, c’avevo le mie turbative in atto, e mia madre mi chiedeva sempre: ‘Cosa c’hai te?’. A volte non rispondevo, anzi spesso non rispondevo. Però già il fatto che lei domandasse mi faceva capire che si vedeva e che non ero solo. Se mia mamma all’epoca avesse avuto un telefonino, fosse stata lì a chattare, non mi avrebbe fatto questa domanda. E io sarei stato un pezzo di vetro, cioè inesistente, trasparente”.
Crepet e l’esperimento sulla cena in un liceo
Poretti a quel punto ha chiesto a Crepet se secondo lui il rapporto tra genitori e figli è peggiorato nel tempo. “È cambiato – ha replicato lo psichiatra -. Se è peggiorato non lo so, non lo frequento. Ditemelo voi se è peggiorato. Di certo è cambiato”, ha ribadito. E ha iniziato a raccontare di un piccolo “gioco” da lui svolto una ventina di anni prima in un liceo genovese, dove stava facendo delle attività con gli studenti.
“Facciamo così – disse ai liceali -: adesso noi prendiamo tanti cronometri, ognuno se ne porta uno a casa e stasera lo fate partire quando siete tutti seduti a cena e lo ritoccate quando il primo della famiglia si alza”.
Il risultato? Il minutaggio medio della cena in famiglia era di 13 minuti. “All’epoca, 15-20 anni fa, non c’erano i social – ha spiegato Crepet -, però c’era il telefonino. E una cena durava 13 minuti al lordo del telegiornale”. Questo significa che già un ventennio fa “non c’era più questo rito”.
“È brutto? È orrendo? Fa parte del passato? Vabbè allora togliamolo e facciamo che la cena è una mensa e ognuno si prende il suo piattino e va in camera da solo – ha continuato l’esperto con tono polemico -. Mangi da solo in camera, nel tuo bunker, e stai lì a farti gli affari tuoi. Boh, a me francamente non sembra un gran passaggio in avanti della civiltà”.
Per Crepet il mondo “si cambia individualmente”
Paolo Crepet ha poi parlato di una sorta di inerzia generale che blocca il cambiamento nelle relazioni (e non solo). “C’è un pessimismo in giro, e il pessimismo lo misuri nell’incapacità a cambiare. La gente dice: ‘Tanto il mondo è così, siamo così, è andata così’. Ma cosa vuol dire è andata così?”, ha proseguito lo psichiatra aggiungendo che se nel Medioevo tutti si fossero arresi all’idea che il mondo non potesse cambiare non ci sarebbe stato il Rinascimento.
E amaramente ha concluso: “Quando ero giovane, per un lungo periodo ho pensato che si potesse cambiare il mondo collettivamente. Adesso non lo penso più, e penso che il mondo si possa cambiare individualmente. Ci sono tante persone di varie età che sono impegnate nelle cose che fanno e le fanno bene. Ecco, quello è il processo di civilizzazione, non più quello delle piazze piene, che oggi si svuotano facilmente”.